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Pescara, 24/03/2026
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17/07/2013
Il Messaggero
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Giallo kazako. Alfano: non sapevo. Viminale, cadono
le prime teste. Angelino, offensiva Pd per il ritiro delle deleghe |
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ROMA «Sono qui, a riferire di una vicenda di cui io e nessun altro ministro del governo è stato informato». Ecco la difesa di Angelino Alfano. La illustra prima in Senato, poi alla Camera. In un clima teso, specialmente nei banchi del Pd, dove mai i parlamentari applaudono il ministro dell’Interno - e vice di Letta a Palazzo Chigi - e sembrano molto in difficoltà di fronte al rischio di venire presi d’assalto dal popolo di sinistra se nel voto di venerdì salvano l’alleato Alfano. Dal quale infatti - ecco il mantra degli oratori democrat nelle due Camere - chiedono ancora «chiarimenti», «chiarimenti», «chiarimenti». Il voto contrario del Pd alla mozione di sfiducia contro Alfano presentato da grillini e vendoliani dovrebbe essere scontato ma non lo è del tutto perchè la situazione è in fieri e oggi si terrà l’assemblea dei senatori insieme al segretario Epifani. Il quale è su questa linea: «Occorre leggere ancora bene le carte. Se Alfano sapeva e non è intervenuto, va da sè... Se tutto è avvenuto a sua insaputa la vicenda diventa ancora più inquietante e non lo dico per assolvere Alfano». Il Pdl, dai falchi alle colombe, fa invece muro a difesa di Angelino. Il quale, per dare una rappresentazione plastica del non isolamento da parte degli altri membri del governo, si presenta in aula al Senato spalleggiato da una folta rappresentanza di ministri, anche del Pd come Franceschini. Per non dire della Kyenge, che non trova posto nel tavolo del governo stracolmo e in attesa che mettano una sedia in più, deve subire il baciamano da parte di Calderoli. IL VOLO
Ma ecco la narrazione di Alfano sul rimpatrio in Kazakhistan di Alma Shalabayeva e di sua figlia. Di cui «non ero stato informato e una vicenda del genere non deve mai più accadere». Siccome è accaduta, a pagarne le conseguenze è stato ieri il capo di gabinetto di Alfano, Giuseppe Procaccini, «di cui ho accettato le dimissioni». La prima testa caduta. Il ministro ha anche annunciato di aver chiesto l’avvicendamento del capo della segreteria del Dipartimento di pubblica sicurezza, Alessandro Valeri. Mentre Emma Bonino ha convocherà a breve l’ambasciatore kazako. Nei confronti del quale Pier Ferdinando Casini, ieri, ha chiesto un intervento drastico: «Il governo - ha detto il leader centrista - valuti l’espulsione dell’ambasciatore kazako». Riecco Alfano, nel suo discorso più rivolto alla sinistra dell’emiciclo che alla destra da cui nulla teme: «Questo tipo di operazioni non hanno l’obbligo di essere segnalate al ministro e il flusso informativo si è bloccato a livello territoriale. E comunque, «risulta grave la mancata informativa al governo su una vicenda così importante». Perciò ha chiesto la riorganizzazione» del sistema di sicurezza. Ma «ribadisco ai 100.000 poliziotti che lavorano mattina e sera la ferma vicinanza del governo». Il Pdl e la Lega diranno tutto ok, quando si tratterà dopodomani di votare questa difesa di Alfano. Mentre i democrat, riservatamente, ascoltando il discorso del vendoliano De Cristofaro a favore delle dimissioni di Alfano («Se sapeva deve lasciare, se non sapeva deve lasciare) dicono: «Ha ragione». Come se ne esce? I parlamentari del Pd vorrebbero che Letta convinca Alfano a rinunciare alla deleghe dell’Interno e a tenersi la vice-presidenza del consiglio. «Serve un intervento di Letta», spiega un giovane senatore, Verducci. Proprio un attimo prima che Renzi dica la stessa cosa rivolto al premier. Il clima è questo. Alfano racconta del volo per Astana e del perchè si è scelto un aereo privato. Ma ormai la partita si gioca venerdì. Il voto sarà a scrutinio palese altrimenti - come si scherza a Montecitorio - «lo spettro dei 101» che impallinarono Prodi si sarebbe potuto ripetere su Alfano. Ma i tre giorni di fuoco sono cominciati. Non si sa come finiranno.
Angelino, offensiva Pd per il ritiro delle deleghe
ROMA Alle nove e mezzo di sera, quando l’aula di Montecitorio è ormai vuota, Angelino Alfano imbocca l’uscita seguito da un codazzo di parlamentari Pdl. La giornata è chiusa. L’umore resta nero: «Sono sereno nella verità, ma che amarezza. Ciò che è accaduto è gravissimo», confida il vicepremier e ministro degli Interni a un collega. LA BRUTTA FIGURA
La relazione del capo dello Polizia, Alessandro Pansa e il doppio intervento di Alfano in Parlamento, non hanno riportato il sereno. Per averne la controprova basta ascoltare un ministro del Pdl che per ben due ore è stato a fianco del vicepremier: «Abbiamo fatto una gigantesca figura di merda e il dramma è che la relazione di Pansa dice che, di fatto, i nostri apparati hanno lavorato in nome e per conto del governo kazako, tenendo all’oscuro dell’operazione il nostro governo. Una cosa gravissima». E un altro ministro del Pdl: «Per ora la vicenda è chiusa. Bisogna però vedere se non escono altre notizie che smentiscono la relazione di Pansa. In quel caso...». In quel caso sarebbe la Caporetto, scatterebbe probabilmente la crisi di governo. Tanto più che nel Pd cresce la voglia di chiedere ad Alfano di rinunciare alla delega al Viminale. Di restare “semplice” vicepremier. Ma il Pdl fa quadrato. Sentite Maurizio Lupi, ministro alle Infrastrutture: «Vogliono che Angelino restituisca la delega agli Interni? Neanche per sogno, la cosa non sta né in cielo né in terra». E nell’entourage del vicepremier bollano l’ipotesi come «una gigantesca bufala». Eppure, pur di evitare la crisi, pur di scongiurare la caduta di un governo che gli permette di stare con un piede nella stanza dei bottoni, c’è chi dice che Silvio Berlusconi potrebbe accettare la defenestrazione. Ma si tratta di voci. Agli atti c’è che di buon mattino il Cavaliere al telefono da Arcore ha incoraggiato Alfano: «Stai sereno, non farti impressionare dalla solita macelleria mediatica». E sul cellulare del vicepremier piovevano sms. Come quello di Maria Stella Gelmini: «Tieni duro, va avanti». L’ORDINE DI LETTA
Dopo che è stata diffusa la relazione di Pansa, Alfano ha parlato al telefono con Enrico Letta. Il premier ha chiesto al suo vice di precipitarsi in Parlamento a riferire: «Non si può tenere la relazione nel cassetto, serve la massima trasparenza e deve essere immediata». Tant’è, che poco dopo il ministro Dario Franceschini ha annunciato ai capigruppo che Alfano sarebbe intervenuto in aula alle 18 in Senato e alle 20 alla Camera. Letta ha anche dato un ordine di scuderia ai ministri: tutti presenti, non si deve dare l’immagine di Alfano solo e isolato. Così, sui banchi del governo, prima a palazzo Madama poi a Montecitorio, c’erano Franceschini, Beatrice Lorenzin, Lupi, Mario Mauro, Gaetano Quagliariello, Anna Maria Cancellieri, Flavio Zanonato, Maria Chiara Carrozza. Presenti, insomma, tutte le componenti della maggioranza. Assente Emma Bonino, ma perché in missione all’estero. Folto anche il drappello di pidiellini accorsi a sostegno di Alfano: la pitonessa Daniela Santanché, il neo-falco Raffaele Fitto, ecc. Alfano si consolava con il consolabile dopo aver studiato attentamente la relazione di Pansa: «Visto?! Era vero che non sapevo nulla, che io e Letta siamo stati tenuti all’oscuro di tutto. Ora è dimostrato». Ma non è una bella storia.
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