ROMA «Letta vada in aula e prenda posizione lui su Alfano, se le sue parole lo hanno convinto o meno». E’ quando Matteo Renzi, a tarda sera, scandisce quella frase, che sposta le responsabilità (presunte) del caso Ablyazov dal titolare del Viminale al premier stesso, che dentro il Pd scatta il “tana libera tutti”. E l’annessa guerra aperta di tutti gli altri (bersaniani, franceschiniani, popolari più lo stesso segretario Epifani) contro Renzi e i renziani. Due schieramenti destinati, presto, a cozzare in uno scontro che avrà per tema non solo e non tanto il congresso del Pd, ma la durata del governo Letta. E primarie non di partito ma di coalizione con due soli contendenti: Renzi, ovviamente, e Letta. Ora però occorre riavvolgere il nastro della giornata.
GIORNATA DI FUOCO
A ora di pranzo, in un hotel dietro piazza Farnese, Massimo D’Alema lancia il nuovo volto e la nuova pelle della Fondazione Italiani-Europei: diventerà un’associazione di cultura politica collegata alla Fondazione e aperta a tutte le anime del Pd. Una piccola rivoluzione per il think-thank dalemiano. «Non siamo una componente né una corrente», rassicura D’Alema, seduto al fianco del presidente di I-E, Giuliano Amato, ma una sorta di Aspen del Pd che vuole fornire al centrosinistra «un pensiero politico autonomo». Ad ascoltare, però, c’è un solo candidato alla segreteria del Pd, Gianni Cuperlo, molti dalemiani (Sposetti, Marantelli, Pollastrini, Fedeli), intellettuali come Reichlin, il vendoliano Migliore e bersaniani come Stumpo e D’Attorre. D’Alema parla anche di Renzi: «Andare dalla Merkel è utile per la sua formazione politica». Poi scandisce: «Tornare a votare con questa legge elettorale è irresponsabile perché saremmo costretti a rifare le larghe intese di oggi». Nei pour parler dei dalemiani si sottintende che se la corsa di fine anno sarà per la segreteria del Pd, D’Alema si posizionerà sulla candidatura Cuperlo, ma se le cose precipitassero pure Baffino lavorerebbe per lanciare Letta schierandosi contro Renzi. Di primo pomeriggio parla Guglielmo Epifani, in un videoforum, e usa parole sempre più nette. Sul governo, su Alfano («Con le sue dimissioni la crisi sarebbe probabile») e, soprattutto, su Renzi, il quale vorrebbe battere Berlusconi nelle urne, non con le sentenze.
FIBRILLAZIONI
Il governo – rincara Epifani – non può essere sottoposto a continue «fibrillazioni». Sembra che parli al Pdl, ma ce l’ha con il sindaco di Firenze. Le sue affermazioni non passano inosservate ai renziani, il cui malumore cresce. Il ministro dell’Interno interviene in serata al Senato, a ora di cena alla Camera. Il Pd lo punge e annuncia che non gli farà sconti, ma presto si capisce che le linee interne al partito, sulla vicenda, sono due. Una è quella del fronte dei governisti, franceschiniani in testa: l’imbarazzo per la linea di difesa di Alfano è forte, ma un voto di sfiducia che lo vedesse coinvolto farebbe cadere il governo e spaccherebbe il Pd, quindi, al massimo, è la exit strategy, Alfano rimetta le deleghe del Viminale e resti vicepremier, salvando il governo. Linea che Epifani espliciterà oggi nell’assemblea del gruppo del Senato dove venerdì si voterà la sfiducia al ministro mentre alla Camera – è la linea dei governisti – non vi sarà alcun voto. I renziani, invece, sono sul piede di guerra e, dopo il là del loro leader che coinvolge anche Letta, lanciano l’attacco: («Alfano non ci ha convinti»), pronti pure a sfiduciarlo. Se si arrivasse allo show-down e il governo cadesse, però, per mano di un attacco diretto di Renzi, il candidato alle primarie, avverte lo stesso Epifani, ci sarebbero le primarie per la premiership cui parteciperebbe, ovviamente, anche Letta. E lettiani e franceschiniani di primissima fila rincarano così la dose in Transatlantico: «Enrico deve capire che Renzi vuole solo farlo cadere e lanciargli il guanto di sfida. O appoggia davvero il governo o, se cade, si fanno le primarie. Vediamo chi vince».