Il premier a Renzi: «Non mi logoro» Il Pd: il caso Ablyazov non è chiuso, il ministro valuti il passo indietro
ROMA Il Pd si tura il naso e salva Alfano. La mozione di sfiducia contro il ministro dell’Interno è stata bocciata dall’aula del Senato con 226 no (Pd, Pdl, Scelta civica), 55 sì (M5s e Sel) e 13 astenuti (tra i quali Laura Puppato, Lucrezia Ricchiuti, Walter Tocci). Un risultato che consente ad Enrico Letta di trasformare la sfiducia individuale per un ministro in un nuovo voto di fiducia che blinda il governo delle larghe intese almeno fino a settembre. «Sono voluto intervenire, cosa rara in un dibattito sulla sfiducia, perché questa è una questione delicata, importante e dolorosa» spiega Letta, che difende a spada tratta il suo vice ma non nasconde il fastidio per una vicenda che ancora non è chiusa: «L’espulsione della moglie di Ablyazov e della sua figlioletta è per noi motivo di imbarazzo e discredito». Fatta la precisazione, il premier passa alla fase del rilancio. «Chiedo un nuovo atto di fiducia al governo che ho l’onore di presiedere...», parla di «inaudito comportamento» da parte dell’ambasciatore kazako e ribadisce l’estraneità di Alfano nella vicenda: «La relazione di Alessandro Pansa, approfondita, corretta e che non fa sconti, ha confermato in modo inoppugnabile il mancato coinvolgimento dei vertici del governo e in modo chiaro l’estraneità del ministro dell’Interno». Poi, uno scatto d’orgoglio e una risposta a Renzi per il quale il governo sa offrire solo rinvii e non soluzioni. «Quando non possono essere trovate soluzioni immediate (come per Imu e Iva n.d.r.) scegliamo e rivendichiamo la costruzione paziente. Chi vuole logorare il governo parla di rinvii, io parlo di serietà». Il sindaco di Firenze è servito e, tanto per far capire che chi sta a palazzo Chigi è in grado di tenere la barra dritta, Letta aggiunge: «Non vorrei che su di me si commettesse un errore di valutazione, che la mia buona educazione venisse scambiata per debolezza» Dai banchi della maggioranza parte un lungo applauso, Alfano si alza in piedi e stringe la mano a Letta. Berlusconi gongola: «Sono soddisfatto? Certamente sì». Il più contento è Alfano: «C’era una mozione di sfiducia. E’ stata bocciata e io sono soddisfatto». Ma in fondo c’è poco da festeggiare. E quando prende la parola il capogruppo dei senatori Pd, Luigi Zanda, si capisce perché: «Non voteremo la sfiducia ma il caso non può considerarsi chiuso. Occorre fare chiarezza su quali forze, interessi e connivenze, abbiano mosso come burattini le forze di polizia». Poi, parte l’affondo contro il vicepremier: «Signor ministro, forse potrebbe essere utile valutare se nelle 24 ore della sua giornata ci sia abbastanza tempo per la segreteria del suo partito, il ministero dell’Interno e il ruolo di vicepresidente del Consiglio...». L’attacco di Zanda è anche un assist ai renziani? Forse. Quel che è certo è che nel Pdl comincia a prendere corpo l’ipotesi di un rimpasto “morbido” forse a settembre: Beatrice Lorenzin, oggi alla Salute, sarebbe in pole position per sostituire Alfano al Viminale. Nel frattempo, da Sel e dal M5S, partono dure accuse contro il Pd. «Non votano la mozione di sfiducia non perché credono ad Alfano ma perché gli è stato ordinato, proprio come accadde ai deputati del Pdl che accettarono la barzelletta di Ruby nipote di Mubarak» affonda Loredana De Petris (Sel). Tensione anche tra il M5S e il presidente del Senato. Tutto avviene durante le dichiarazioni di voto. Il capogruppo 5 Stelle, Nicola Morra, vorrebbe citare Giorgio Napolitano ma Pietro Grasso non glielo permette: «Non sono ammessi riferimenti al capo dello Stato...».
Il Pd serra i ranghi ma l’irritazione cresce
Epifani: «A settembre “tagliando” per l’esecutivo, servono ministri autorevoli» Mercoledì il chiarimento nei gruppi. Scoppia il caso dissidenti: ma no espulsioni
ROMA «Il governo non cade, ma in compenso il Pd e il centrosinistra (che non c’è più) non stanno tanto bene». La sintesi di una giornata vissuta sul filo, l’ennesima per il Partito democratico lacerato da mille tensioni, è quella di Pippo Civati, che mette in guardia da «una «mutazione vera e propria della politica». Il partito regge all’urto in aula, ma il rospo della fiducia, ingoiato a fatica per salvare l’esecutivo di larghe intese, è indigesto per tutti, a partire dal segretario Guglielmo Epifani, che chiede una revisione per il governo, in autunno, «se ci arriverà». «A settembre si capirà se potrà andare avanti, come penso e spero per l’interesse del Paese – dice – e secondo me si pongono due problemi: il primo è ridefinire il programma alla luce dell’aggravamento della situazione sociale ed economica, il secondo è fare un “tagliando” alla qualità e alla forza politica della compagine». Un rimpasto, dunque. Perché «c’è bisogno della massima autorevolezza dei ministri, compreso quello dell’Interno». Il posto di Angelino Alfano, rientrata l’ipotesi sfiducia, per il Pd non è affatto salvo. Le dimissioni evocate da Luigi Zanda dallo scranno rimbalzano nelle dichiarazioni di esponenti di primo piano del partito, da Ermete Realacci al renziano Andrea Marcucci: il ministro deve dimettersi. «La vicenda non è chiusa: come può Alfano svolgere il suo ruolo con autorevolezza e credito?» avvisa Pier Luigi Bersani, mentre Dario Ginefra invoca una commissione d’inchiesta. Durante la discussione a palazzo Madama, i portavoce dei malumori democratici sono Felice Casson e Laura Puppato. Il senatore veneziano cita una celebre orazione di Cicerone davanti al Senato di Roma per indicare che il punto di rottura è prossimo: «Le ombre sono tante, chiediamo la verità. Solo il vincolo di partito mi impone di votare contro la mozione di sfiducia. Ma quousque tandem abutere... ». Fino a quando si abuserà della nostra pazienza?». E passando sotto i banchi del governo per il voto palese, Casson – uno dei sette che durante l’assemblea Pd si sono astenuti – dice «sì» alla sfiducia. «Deve intendersi no – si affretta a spiegare– chiedo scusa, è un errore». Annuncia invece l’astensione assieme un gruppo di colleghi, sfilandosi dai vincoli della disciplina di partito, Laura Puppato: «Questa non è una mozione di sfiducia al governo, non possiamo votare la fiducia al ministro» spiega mentre l’aula rumoreggia. Se il governo cade, nessuna tragedia: «Non possiamo vivere aspettando». Non votano neppure Walter Tocci e Lorenza Ricchiuti, oltre ai tre assenti annunciati, Pasquale Sollo, Corradino Mineo e Stefania Pezzopane. Il senatore Stefano Esposito chiede sanzioni: «Se non saranno assunti provvedimenti, uscirò dal gruppo: se vogliono fare gli eroi vadano con Grillo» annuncia su Twitter. Mercoledì prossimo dei dissidenti si occuperà una riunione del gruppo al Senato. Ma prima Zanda, poi lo stesso Epifani escludono conseguenze: «Espulsione mi sembra un termine che appartiene a un'altra epoca – dice il segretario – ma ci sono norme che si debbono rispettare. Abbiamo avuto tre casi di coscienza. Mi dispiace che non abbiano neanche avvertito il capogruppo». All’incontro potrebbe essere presente il premier Enrico Letta, atteso sempre mercoledì all’assemblea dei deputati convocata alle 20, che ha all’ordine del giorno l’agenda del governo, mentre in settimana la direzione del Pd dovrebbe fare il punto sui rapporti con il Pdl. In questa occasione potrebbe essere presente anche Renzi che ieri non ha risposto alle punzecchiature di Letta nel suo discorso al Senato («Non mi logoro»). Dopo giorni di bordate contro il governo, ieri il sindaco non ha parlato. Graziano Delrio, ministro vicino al sindaco di Firenze, tenta il riavvicinamento: «Renzi e Letta possono fare squadra. Se non si parte da qui, la faglia che vedo aprirsi nel Pd rischia di farci ballare più del dovuto».