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Data: 22/07/2013
Testata giornalistica: Il Messaggero
Sulle privatizzazioni una partita da 135 miliardi. Al di là dei benefici immediati di cassa il nodo è la reale apertura alla concorrenza

ROMA Il ministro dell’Economia Fabrizio Saccomanni dice che il governo sta riflettendo sull’ipotesi di cedere quote di società pubbliche. Segno che – nonostante l’ottimismo per la ripresa di fine anno – per i nostri conti pubblici la situazioni continua a non essere incoraggiante. Una nota ministeriale ha poi aggiunto che il ministro non si riferiva a società specifiche (Eni, Enel, Finmeccanica, ecc.), ma resta il fatto che il governo ci sta pensando. Erano dieci anni che il tema privatizzazioni non tornava come capitolo di agenda di governo. Era tornato invece come capitolo programmatico in campagna elettorale. Innanzitutto per la spinta di “Fare per fermare il declino”, con un piano estremamente dettagliato, e poi con una proposta del Pdl, elaborata da Renato Brunetta, per l’abbattimento del debito. Ma di che quantità si discute? Sul sito www.liberarelitalia.it, dell’Istituto Bruno Leoni alla voce “debito pubblico e privatizzazione” sono disponibili dei valori di riferimento ragionevoli, in gran parte elaborazione del rapporto di Edoardo Reviglio del 2011 sul patrimonio pubblico italiano.
IL PATRIMONIO COMPLESSIVO
Il patrimonio privatizzabile ammonterebbe a circa 270 miliardi di euro. La metà imputabile a immobili pubblici, con una stima peraltro resa complessa dalla disponibilità reale degli immobili e dal loro impiego sul mercato: tipico il caso delle caserme, quelle di Casarsa del Friuli non hanno lo stesso appeal di quelle nel centro di Roma. L’altra metà sono le partecipazioni dello stato in società quotate e non. Ai valori di fine 2012, le partecipazioni nelle quotate sono inferiori a 50 miliardi. Mentre il totale delle non quotate – tra cui Ferrovie, Anas, Poste, Rai, Sace – varrebbe intorno ai 90 miliardi.
Questi 135 miliardi di partecipazioni sono inferiori ai circa 150 miliardi di privatizzazioni degli anni d’oro e, sulla carta, riguardano soggetti meno appetibili di quanto furono allora le banche, Telecom e le grandi tranche di Eni ed Enel. Punto importante, perché il dibattito sull’opportunità di aprire una nuova stagione di privatizzazioni è collegato anche alla capacità del sistema politico di mettere a frutto questo tesoro. Come ricordano Emilio Barucci e Federico Pierobon in un bel libro sulle privatizzazione italiane (Le privatizzazioni in Italia, Carocci, 2007) quei 150 miliardi servirono ad abbattere il debito pubblico del 10 per cento, ma poi sono diventati un alibi per non affrontare i problemi del paese. Negli ultimi vent’anni la spesa corrente al netto di quella per interessi è rimasta tra il 40 e il 45% del Pil. Cioè, non abbiamo approfittato di quella disponibilità per riformare in modo definitivo il perimetro dello Stato e della spesa pubblica. Secondo Carlo Stagnaro, dell’Istituto Bruno Leoni, questa considerazione però «non dovrebbe scoraggiare i sostenitori delle privatizzazioni, dovrebbe invece rafforzare il controllo dell’opinione pubblica, degli intellettuali, dei giornali a vigilare sempre di più sulle riforme della spesa». Resta però la domanda: come sfruttare al meglio i benefici di nuove entrate straordinarie? Con toni diversi se lo chiede Scelta Civica, ma anche il M5S durissimo in un post di Grillo sulle eventuali intenzioni del governo.
ENERGIA E RETI
Ci sono altri due argomenti che dividono. Uno è quello sui cosiddetti settori strategici, energia e reti infrastrutturali per esempio. È stato immediatamente sollevato dai sindacati. In realtà, la golden share conserverebbe comunque allo Stato un’influenza determinante sulle decisioni in quei settori.
Più complesso, invece, il ragionamento sulla concorrenza. Per tutti gli anni 2000 si è discusso sull’incidenza delle privatizzazioni sull’apertura dei mercati di riferimento. Negli anni la concorrenza in Italia è cresciuta, ma non sempre al passo delle privatizzazioni. Dice Stagnaro: «Nel settore elettrico, il mercato è più libero di dieci anni fa, mentre nel gas c’è ancora da fare. In generale, però, tutta la situazione è migliore di quella di vent’anni fa. Le banche, pur in una situazione difficile, sono migliorate. Persino le assicurazioni sono migliorate in alcuni settori. Certo l’Rc Auto è un caso limite, ma non dipende solo dai players, anche dalla giurisprudenza, e dalle abitudini degli assicurati». Sul rapporto tra liberalizzazioni e privatizzazioni è interessante notare che i due settori in cui la concorrenza è cresciuta in modo visibile, anche con l’ingresso di player internazionali e nuove piattaforme tecnologiche, sono telefonia e tv, settori in cui c’è stata una privatizzazione fatta male, Telecom e una non fatta, cioè la Rai. Perché? «Forse perché il controllo sociale e l’interesse dei consumatori era più istantaneamente misurabile. In certi casi, non c’è bisogno di complicate riforme per avere vantaggi dalla concorrenza. Prendiamo i treni. È bastato l’arrivo di Italo per migliorare la qualità dei servizi non solo sulla Freccia Rossa, ma anche il caffè sulla Freccia Bianca».

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