PESCARA Negli ultimi 20 anni la spesa di regioni, province e comuni è cresciuta del 126%. Contemporaneamente sono diminuiti i trasferimenti dallo Stato. Per fronteggiare questa situazione si è assistito nel corso degli anni a un incremento delle tasse locali che ha raggiunto anche il 500%. Un salasso per i cittadini che si lega a un sostanziale raddoppio delle tasse a livello centrale. A dirlo è uno studio di Confcommercio ripreso ieri ed elaborato anche dal Corriere della Sera. L’Abruzzo grazie alle maggiori aliquote dovute al piano di rientro della sanità è tra le regioni più tartassate. Per quanto riguarda le imprese, tra Irap e Imu gli imprenditori abruzzesi pagano un’aliquota del 5,36 (4,60 Irap, 0,76 Imu) contro il 4,77 della Lombardia e il 4,84 dell’Emilia Romagna. In compenso il Molise è la prima regione per livello di tassazione con il 6,03. Sulle addizionali Irpef locali l’Abruzzo si piazza la nono posto con il 2,33 (1,73 regionale, 0,60 comunale) contro il 2,13 della Lombardia e il 2,17 delle Marche. Anche in questo caso la “prima della classe” è il Molise con il 2,83. Commenta Confcommercio: «Si è dunque in presenza di differenze che creano un’iniqua distribuzione della tassazione sulle famiglie e che rendono molto complesse le scelte localizzate delle imprese». Più preoccupante la situazione della pressione fiscale locale in rapporto al valore aggiunto. In questo caso l’Abruzzo si pone al terz’ultimo posto. A parità di reddito un lavoratore abruzzese subisce un prelievo in termini di addizionali che è quasi doppio rispetto a un lavoratore del Trentino. Si tratta di differenze che sarebbero giustificabili se corrispondessero a una maggiore qualità dei servizi, ma la realtà è quasi sempre un’altra.