MONTEFORTE IRPINO «Cercate di procurare 40 bare». La richiesta agghiacciante rende l’idea di quello che alla fine potrebbe essere il bilancio finale della giornata. Una giornata che doveva concludere allegramente il rientro a casa dopo una gita durata tre giorni all’Abbazia di Loreto nelle Marche. Ieri c’era stata anche una sosta a Pietrelcina, nel santuario di Padre Pio, poi la decisione di utilizzare la Napoli-Bari per rientrare a casa. Invece quasi tutti i pellegrini hanno trovato la morte nel pullman precipitato da un viadotto dell'autostrada A16 Napoli-Bari nella zona di Monteforte Irpino.
LE VITTIME
Il primo bilancio provvisorio è di trentasei morti, undici sopravvissuti, decine di feriti e tra questi diversi bambini. Sono gravi, e uno di loro, in condizioni gravissime, è stato ricoverato al Santobono di Napoli. Ma il bilancio è destinato drammaticamente a salire. Bambini ce n’erano tanti, sul pullman della morte. Ma i vigili del fuoco cercano anche più lontano dal luogo dell’incidente perché alcuni passeggeri potrebbero essere stati sbalzati fuori al momento dell’impatto. Terribili - secondo le prime ricostruzioni - le fasi della tragedia. L'autobus avrebbe investito alcune automobili incolonnate sull'autostrada. Avrebbe sfondato il guardrail e sarebbe precipitato in una scarpata dopo un volo di 25-30 metri. L'autobus è finito in mezzo alla sterpaglia in una zona impervia che rende molto complesse le operazioni di soccorso. Sul posto sono arrivate squadre dei vigili del fuoco oltre che da Avellino anche da Napoli. I feriti vengono portati negli ospedali di Avellino, Salerno e Nola. La scena è agghiacciante. Una fila di corpi adagiati sulla strada, coperti alla bell’e meglio, pietosamente. E accanto borse, zainetti, giubbotti colorati, tracce di una domenica che avrebbe dovuto essere lieve e invece s’è trasformata in tragedia. Una enorme, assurda tragedia. L’autobus precipitato è un corpo mostruoso adagiato a ruote all’aria nella notte densa di dolore e di caldo, un groviglio di lamiere con il suo carico di dolore. Gli uomini dei soccorsi lavorano senza sosta. Accanto ai vigili del fuoco, ai poliziotti, ai carabinieri si prodigano tanti volontari, le cellule fotoelettriche squarciano con la loro luce fredda una scena apocalittica. L’agitazione è tanta, tra i feriti ci sono donne e bambini e vengono portati subito negli ospedali vicini. Non si sentono più pianti, lamenti, lì dove c’è stato il terribile schianto, ma solo il silenzio della morte. Lampi di luce illuminano particolari drammatici, struggenti. Dal lenzuolo bianco che copre un corpo di donna sbuca una scarpa da ginnastica alla moda, di quelle con il marchio a lustrini che piacciono alle ragazze. Sulle prime se ne contano otto, di donne morte, e cinque uomini, ma il numero cresce di minuto in minuto. Sulla strada, in alto sul cavalcavia, ci sono auto distrutte, almeno una decina quelle coinvolte nell’incidente. Persone lievemente ferite e giù, dal cavalcavia dove è avvenuto l'incidente, l'immagine di una ventina e più di corpi coperti da lenzuola bianche allineati ai bordi della strada provinciale.
LE CAUSE
Dall’alto, l’autobus quasi non si vede, tanto è fitta la vegetazione, ma il rumore delle motoseghe dei vigili del fuoco è incessante e dà il senso dell’alacrità delle opere di soccorso. L'autostrada A16, nella zona dell'incidente, è stata chiusa al traffico. Fra le vittime, anche l'autista del pullman che faceva capo alla «Mondo Travel» di Giugliano (Napoli), dove il pullman stava rientrando dopo il pellegrinaggio. La polizia stradale ha avviato accertamenti per ricostruire le cause dell'incidente. Secondo una prima ipotesi, che è al vaglio degli investigatori, potrebbe esserci stato un problema all'impianto frenante dell'autobus che, ha così tamponato le auto incolonnate sull'autostrada alla fine di un tratto in discesa che porta verso il casello di Baiano.
«Mi sono svegliata tra le grida e la puzza di bruciato»
MONTEFORTE Arianna ha dieci anni. È di Arcofelice. Ha la faccia tumefatta il labbro gonfio, ma è lucida. E ricorda quegli attimi terribili in cui i tre giorni di vacanza sono diventati un incubo. Era in viaggio con la nonna Luigia della quale non sa più niente. «Mi ero addormentata - racconta con un filo di voce. Poi sono stata svegliata per le grida e per il forte odore di bruciato». Sul polso della mano fasciata ha un braccialetto che rigira insistentemente. E poi continua: «Ho parlato anche con mia mamma che non era in gita con noi».
I medici raccontano che Arianna è una bambina meravigliosa. Ha ricordato subito il numero del cellulare della madre e l’ha rassicurata dicendole: «Stai tranquilla, qui i dottori sono bravissimi». A mezzanotte è arrivato il padre, Franco. «Mia figlia era in gita con mia suocera a questa gita doveva partecipare anche mia moglie ma abbiamo un’altra bimba di 5 mesi e non se l’è sentita di portarla e questo ci ha resparimakta altri dolori». A settembre Arianna deve andare in quinta elementare e questi tre giorni in un albergo di Telese sono stati un occasione per conoscere nuovi amici. Poi la sosta a Pietrelcina. Intanto al pronto soccorso dell’ospedale di Nola è un via vai di gente. Arrivano i parenti da Pozzuoli ma alcuni dei sette ricoverati (tra cui cinque bambini) sono stati smistati già in altri ospedali. Ci sono anche i feriti delle automobili che sono state coinvolte del mostuoso incidente sul viadotto maledetto.
VIVI PER MIRACOLO
Marco Stramaccioni è un avvocato di Ceprano in provincia di Frosinone. Tornava con la sua compagna da Matera dove erano andati a vedere i sassi. Mostra un’immagine dal suo cellulare: «Ecco questa è la mia Panda, guardi come è ridotta... Io sono vivo per miracolo». La sua vettura era ferma in coda sul viadotto della morte. «Ad un certo punto - riprende il racconto - ho visto arrivare a forte velocità il pullman impazzito. In un attimo di lucidità ho sterzato sulla sinistra finendo su un’altra macchina che era accanto alla mia».
MOMENTI DI TERRORE
Sono stati momenti di terrore e Stramaccioni non ricorda bene tutto. Di certo non è ferito nè lui nè la sua compagna. E’ solo sotto choc. «Ho visto delle auto in bilico forse sono caute ma in quei momenti non ho più capito niente. Siamo rimasti lì per almeno due ore aspettando che poi ci accompagnassero all’ospedale dove siamo arrivati con delle auto del servizio autostrade».
Accanto alla macchina di Stramaccioni c’era quella di Bianca Stroffolini, napoletana di Chiaia che, insieme alla figlia ventenne, tornava da una gita domenicale alle Gole del Calore. «Eravamo incolonnati - racconta con un fremito nella voce - quando il bus ha sfiorato pesantemente la mia auto sul lato destro. I vetri sono andati in frantumi. Per fortuna non ci siamo ribaltate, ma ho visto il pullman precipitare nel vuoto». Ha ancora negli occhi quegli attimi di terrore. Sembravano essere interminabili. Intanto in nottata arriva la notizia di tre ricoveri al Santobono di Napoli: due sono in imminente pericolo di vita, l’altro piccolo ha la mandibola fratturata.
Lo choc dei primi soccorritori
«C’erano cadaveri dovunque»
Il vuoto che materialmente si apre dinanzi agli occhi di chi si trova sul luogo dell’incidente. Sono le 21, arriviamo sul posto dal casello di Baiano, è l’unico percorso possibile. Parcheggiamo ad una piazzola di sosta accanto ad un’auto di Autostrade italiane e scavalchiamo temerariamente la divisione per raggiungere la corsia della morte. Sul posto ci sono solo soccorritori e automobilisti, sia quelli coinvolti nell’incidente che quelli in coda che avanzano cercando di capire.
Dinanzi ai nostri occhi si apre uno squarcio terribile: il pullman ha sventrato il guard rail di cemento del viadotto, cinquanta metri di protezione che non esistono più, tagliati come una scatoletta di sardine. Trascinati nel baratro insieme alle vite di chi tornava da una gita e non sapeva di andare incontro al proprio destino. L’impatto visivo con la tragedia del viadotto di Monteforte è choccante. È un inferno di luci blu e silenzio, di domande senza risposta e di oggetti di vita quotidiana sparpagliati sull’asfalto rovente. Mentre vigili del fuoco, polizia e operatori di Autostrade italiane si affanno nei soccorsi, i sopravvissuti, tanti automobilisti di ritorno da gite in Irpinia, restano sul bordo di quell’abisso mortale, guardano in giù, cercano figure umane nell’oscurità. E raccontano: «La mia auto era proprio dietro quell’autobus- dice piangendo una donna scampata al disastro accanto alla sua Mercedes-. Ho visto l’autobus volare giù, il tempo si è come sospeso. Mi sono affacciata, c’erano solo lamiere e poi le gambe di quella povera gente intrappolata. Ho notato anche una bambina, spero sia viva». Si disperano quelli che viaggiavano sulla stessa corsia del pullman della morte. Sanno di essere miracolati, alcuni danno il merito all’autista: «E’ stato lui a salvarci- racconta Antonio, napoletano appena tornato da un breve giornata in Irpinia-. Si era accorto che qualcosa non andava ai freni, ha schivato le auto, poi non ha potuto evitare il guardrail».
IL BOATO
Una corsa disperata, dicono i tanti testimoni ancora presenti su questo tratto di autostrada già bagnato dal sangue di altre tragedie. «Eravamo proprio davanti all’autobus- ci dicono alcuni ragazzi-. Abbiamo sentito un boato, pensavamo che fossero i rumori di camion impegnati in lavori più avanti. Poi abbiamo visto e subito capito che non c’era più niente da fare». Mentre una gru dei vigili del fuoco cerca di raggiungere la scarpata in cui è precipitato il pullman turistico, la polizia fa da cordone intorno all’area dei soccorsi. Non fanno passare nessuno, respingono un operatore della Rai. Non parlano, è il silenzio la cifra di questa tragedia. Un silenzio di sottofondo che spezza anche i ricordi recenti di chi ha assistito al dramma in una tragica diretta. Quanti hanno visto non smettono di raccontare ma lo fanno sempre a bassa voce; capannelli di persone costellano questa lingua di asfalto che si spalanca sul vuoto della scarpata. C’è chi era in viaggio col suo cane, ha avvertito la corsa disperata dell’autobus ed ora rammenta appoggiato a quel che resta della protezione in cemento guardando la sua auto quasi distrutta. Contiamo sei vetture travolte lungo la direttrice impazzita, plastiche testimonianze del passaggio della morte. Chi ci viaggiava porta ferite visibili. C’è una famiglia con un bimbo di due anni, hanno segni lievi, poi due donne con fratture alle gambe ed alle braccia. Sono sotto choc, talmente tese da non riuscire a salire sulla barella del 118; i ragazzi delle ambulanze le confortano, le accarezzano con parole dolci, cercano di farle salire sulle ambulanze. Hanno anche il cuore spezzato. Come la ragazza bionda, abbronzata e fasciata in un abito verde smeraldo che si appoggia al braccio del suo compagno e guarda fisso in avanti. Non parla, ma i suoi occhi raccontano la tragedia meglio di qualunque foto.