ATENE Alla vigilia della sentenza della Corte di Cassazione che il Cavaliere e il Pdl attendono come «il giudizio universale», Letta ufficialmente manifesta «massima serenità». Ma il premier è preoccupato. Eccome. Anche se nel suo entourage ricordano come il capo dello Stato, Giorgio Napolitano, solo pochi giorni fa è tornato a blindare il governo, ribadendo che «non ci sono nessi tra le sentenze e la vita dell’esecutivo».
RAPPORTI RI FORZA
Ma questa volta la blindatura del Qurinale rischia di non bastare. Non certo perché il Pdl farà cadere il governo. Letta non crede a questa ipotesi: «E’ evidente», dice un deputato vicino al premier, «che Berlusconi ha tutto l’interesse a restare con i suoi uomini delle stanze dei bottoni». E non solo per una questione di potere. Finché dipende dal Pdl la vita del governo, il Cavaliere può conservare un briciolo di speranza che il Pd, in caso di condanna, non voti la sua decadenza da senatore. «Potrebbe accadere», dice un ministro pidiellino, «che Letta riesca a convincere il suo partito a salvare il soldato Berlusconi, insieme al governo guidato dal proprio premier».
Ma questi sono scenari futuri. Nel precedente di Cesare Previti ci vollero nove mesi prima che l’Aula venisse chiamata a votare la decadenza. E Letta brinderebbe se la resa dei conti fosse rinviata così in là. Il problema, in caso di condanna, esploderebbe il giorno stesso. «Perché», come dice lo stesso Berlusconi, «il Pd non accetterebbe di continuare a governare insieme a un partito il cui leader è condannato. Dunque, sarà il Pd a far cadere il governo».
I DEMOCRAT
Vero? Probabile, ma difficile anche se nel partito democratico nella Direzione di venerdì si è saldato un asse contro le larghe intese che va da Renzi al dalemiano Cuperlo, dalla Bindi al giovane turco Orfini. Ciò che davvero teme Letta è una escalation dello sfascio istituzionale. Una escalation che farebbe schizzare alle stelle il disagio nel Pd. Per averne conferma basta guardare a cosa è accaduto all’inizio mese quando si diffuse la notizia che la Cassazione aveva anticipato il giudizio su Berlusconi al 30 luglio. Il Pdl chiese la sospensione dei lavori parlamentari per tre giorni. Poi si accontentò di un pomeriggio. E bastò che il gruppo del Pd votasse insieme al partito di Berlusconi la sospensione, per scatenare la guerra tra i democrat. «Nella merda c’erano loro», sintetizza senza giri di parole un altro esponente lettiano, «ma a conti fatti ad affogare siamo stati noi». E Ugo Sposetti: «Se condannano Berlusconi saltiamo come un birillo».
IL VIETNAM
Ecco, questo è il punto centrale di tutta la vicenda: Letta teme proprio gli “effetti collaterali” della sentenza. Teme il Vietnam parlamentare cui darà vita il Pdl. E teme soprattutto che il Pd, già sotto shock per la vicenda-Alfano, questa volta non lo segua. «Non si può sostenere qualsiasi tipo di sgarro istituzionale, c’è un limite al disagio», dice un deputato dem. Così, il premier ha già fatto sapere che non resterà a palazzo Chigi a ogni costo: «Ci sono limiti oltre i quali non andrò».
C’è solo una speranza. La speranza che Silvio Berlusconi fermi le sue truppe per evitare la caduta del governo di larghe intese. Quando esplose l’ultimo scontro, Letta chiamò Berlusconi. Gli scandì un ultimatum: «Basta forzature, il mio partito così non regge. Se continuate, io mollo». E il Cavaliere, immediatamente, ordinò ai suoi la retromarcia. Chissà se finirà anche questa volta così.