SULMONA. «Jamm' mò». Cinquant'anni e qualche giorno dopo la rivolta borghese di fine anni Cinquanta la Valle Peligna si riscopre a un bivio cruciale. E anche stavolta unita, lavoratori, commercianti e artigiani, si ferma, incrocia le braccia per un giorno, per non incrociarle più.
Uno sciopero che arriva dopo uno stillicidio di crisi, riduzioni di personale, chiusure. Oltre un lustro, trascorso ad ascoltare promesse vane e coltivare speranze mai trasformate in fatti. Le uniche cose certe si sono rivelate le date di chiusura, di cassa integrazione e mobilità, le centinaia di famiglie che sono passate dallo stipendio (qualche volta due) ai sussidi, alle misere paghe di qualche mese da precario, agli «accompagnamenti» alla pensione.
Una crisi che ha mandato in frantumi un sistema produttivo, mettendo in ginocchio tutta l'economia comprensoriale. La massa degli occupati stabili quasi dimezzata. Ma nonostante le decine di riunioni, né i governi nazionali né le classi dirigenti, locali e regionali, non hanno saputo o potuto individuare fino ad oggi soluzioni praticabili e credibili di rilancio. Ora si ripunta da un lato sul metalmeccanico (indotto Fiat) e dall'altro sul tecnologico (Tv, sistemi elettronici) ma le trattative negli ultimi messi paiono aver segnato il passo. A supportare i progetti dovrebbero intervenire misure legislative speciali ma nella gente la fiducia pare scemata, dopo troppe delusioni.
Così oggi va in piazza. Secondo Cgil, Cisl e Uil, che hanno organizzato la manifestazione, non senza qualche difficoltà di troppo, saranno almeno 1500 solo i lavoratori del settore privato. E con loro almeno 300 del settore pubblico (impedito a fermarsi dalle leggi sui servizi pubblici), e poi gli studenti (almeno 500, si stima). Con le delegazioni attese dalle altre province abruzzesi, almeno 3000 manifestanti, oltre a sindacalisti, amministratori locali, delegazioni dei partiti. Uno spaccato significativo della comunità peligna, mai come in questa circostanza così unita e decisa. Unita e motivata come ai tempi di "jamm' mò".