ROMA Sono «solide e coerenti» le motivazioni dei giudici di Milano che in primo e secondo grado hanno condannato Silvio Berlusconi a 4 anni (di cui tre coperti da indulto) per una frode fiscale da 7,3 milioni di euro nel biennio 2002-2003 sui diritti tv negoziati con le major Usa da Mediaset e Fininvest. E questo perchè, anche dopo aver abbandonato le cariche sociali, il Cavaliere fu l’«ideatore» e il «dominus» di un sistema che attraverso passaggi di società estere riusciva a far lievitare i costi e a produrre «effetti (illeciti) di riduzione fiscale per le aziende» del gruppo. Eccola la sentenza della Cassazione. A 28 giorni dal verdetto che ha agitato il già instabile panorama politico, le 208 pagine di motivazione vengono depositate con una modalità inedita: a firmarle in qualità di estensori sono, per la prima volta, tutti i giudici del collegio e non solo il relatore Amedeo Franco. Il sugello finale è quello del presidente Antonio Esposito, finito nella bufera e oggetto di verifiche disciplinari per aver rilasciato un’intervista al Mattino in cui avrebbe anticipato i motivi della condanna. Perciò, la Cassazione ”blinda” la decisione assunta, perchè di quel testo i giudici si assumono in toto la responsabilità. E così facendo, si rende più ardua la strada della difesa per un riscorso a Strasburgo.
IL COMUNICATO
La loro indignazione i legali della difesa la affidano a un comunicato congiunto di Niccolò Ghedini, Franco Coppi e Piero Longo: è una sentenzache è un «collage delle precedenti decisioni», con una «motivazione inesistente» e dunque «del tutto fuorviante e totalmente sconnessa dalla realtà dei fatti». Di fatto la corposa sentenza della Cassazione compie continui richiami alle precedenti decisioni di primo e secondo grado, definendo «correttamente provato» un «gioco di specchi» che, attraverso una serie di passaggi nella compravendita dei diritti tv, comportava una «lievitazione dei costi» a dir poco «impressionante». Questo meccanismo Berlusconi lo conosceva «perfettamente», e - scrivono i giudici - «ha lasciato che tutto proseguisse inalterato mantenendo nelle posizione strategiche i soggetti dal lui scelti e che continuavano a occuparsi della gestione in modo da consentire la perdurante lievitazione».
IL CAV SAPEVA
Non si tratta un semplice concorso in false fatturazioni, come aveva tentato di sostenere la difesa. No, per i giudici della Cassazione si è in presenza di un sistema tipico delle «frodi carosello». E ancora: Berlusconi sapeva perchè non poteva essere «un imprenditore così sprovveduto da non avvedersi» dei maggiori costi o al punto che i soggetti che a lui facevano riferimento potessero occultaglieli. Facevano tutti parte di «una ristrettissima cerchia di persone che non erano affatto alla periferia del gruppo, ma che erano vicine al sostanziale proprietario, tanto da frequentarlo tutti (da Bernasconi ad Agrama, Da Cuomo a Lorenzano) personalmente». In sintesi, per la Cassazione è del tutto inverosimile «l'ipotesi alternativa che vorrebbe tratteggiare una sorta di colossale truffa ordita per anni ai danni di Berlusconi» da parte dei personaggi che invece erano stati «da lui scelti e mantenuti nel corso degli anni in posizioni strategiche».
L’ira del Cavaliere: allucinante, vogliono farmi fuori con un voto
ROMA Le motivazioni della sentenza su Silvio Berlusconi depositate dalla Cassazione rinfocolano tensioni che, nella maggioranza, erano sembrate assopirsi con il conseguimento di alcuni obiettivi (vedi l’Imu) da parte del governo. Il grido di dolore più alto viene dallo stesso Cavaliere, colpito anche dalla celerità con cui la Corte ha pubblicato il dispositivo della sentenza. Il leader pdl lamenta «una ferita profonda della democrazia», qualora nei prossimi giorni in Senato «qualcuno pensi di eliminare con un voto il leader del primo partito, ossia il sottoscritto, a causa di una sentenza allucinante e fondata sul nulla». Le parole del Cavaliere a ”Studio Aperto“ danno la stura a una serie di dichiarazioni indignate di fedelissimi che reagiscono soprattutto a un non tenero giudizio sul tema di Guglielmo Epifani al Tg3. A cercare di tenersi scrupolosamente fuori dalla querelle è stato Enrico Letta, fin dal mattino di ieri, quando, intervenendo a ”Radio anch’io“, ha detto di «non temere che ci sia un’influenza sulla vita del governo da condanne o vicende giudiziarie» perché - ha affermato il premier «gli italiani hanno bisogno di governo, di risposte e di concretezze».
RICADUTE SUL GOVERNO
Su eventuali ricadute sulle sorti dell’esecutivo delle scelte sulla decadenza di Berlusconi a cui è chiamato dal prossimo 9 settembre il Senato, Letta ha liquidato l’argomento osservando che si tratta di «una decisione che riguarda palazzo Madama e la Giunta delle Immunità. Io ho sempre separato le due questioni e continuo a farlo». Ma Angelino Alfano ha ricordato al premier che la decisione sulla decadenza di Berlusconi «non è un atto dovuto, è una decisione da assumere. Invitiamo quindi, senza arroganza ma fermamente, il Pd a riflettere e approfondire le carte».
Il segretario del Pd Epifani, invece, in contrasto con Berlusconi, ha sostenuto che quella della Cassazione «non è una sentenza fondata sul nulla. Si tratta di un reato particolarmente pesante e grave, soprattutto se commesso da un politico a danno della collettività». Per il leader democrat, «la giustizia deve essere uguale per tutti» e, alla luce delle minacce provenienti dagli azzurri, ha aggiunto: «Sarebbe bene che nel centrodestra si riflettesse sulla separazione delle vicende giudiziarie di Berlusconi da quelle politiche. In vicende come questa non può esserci qualcuno più uguale degli altri». Parole, queste ultime di Epifani, che portano Mara Carfagna - complice forse la ricorrenza dei 110 anni della nascita di George Orwell - ad attribuire al segretario dem «una concezione orwelliana della democrazia, da ”Fattoria degli animali“». «Epifani - osserva la ex ministra berlusconiana - conferma che la legge è uguale per tutti, ma per Berlusconi è più uguale». Meno permeata da echi culturali la reazione di Maurizio Gasparri: «Epifani ascolti chi nel suo partito ne sa più di lui e usa linguaggi molto più saggi. Sono in molti, anche a sinistra, a ragionare, mentre - dice il vicepresidente del Senato - Epifani emette editti ergendosi a costituzionalista».
Sulla vicenda Berlusconi e, in particolare, sull’applicabilità della legge Severino alla questione della decadenza del Cavaliere dal seggio senatoriale, dice la sua Mario Monti, cofirmatario del provvedimento assieme all’allora Guardasigilli: «Sapete - osserva l’ex premier - che il mio governo è stato il padre della legge sull’incandidabilità, e che allora nessuno, neanche il Pdl che la votò, sollevò dubbi di costituzionalità. Quindi - ha aggiunto Monti - si facciano in Giunta tutti gli approfondimenti del caso, ma Scelta civica proseguirà sulla strada indicata». Che non pare però essere quella più favorevole a Berlusconi e contro la quale sei illustri giuristi hanno, nella stesura dei loro pareri, espresso riserve sulla costituzionalità degli effetti retroattivi della legge Severino. E contro le minacciate conseguenze sul governo se si giungesse in tempi brevi a un voto sulla decadenza di Berlusconi, arriva l’aperto dissenso del senatore Luigi Zanda: «E’ l’ora di smettere di lanciare ultimatum e di fare pressioni sulla Giunta del Senato e i suoi membri. Noi del Pd - ribadisce il capogruppo di palazzo Madama - non forzeremo sulla scadenza del voto con accelerazioni artificiali, ma non consentiremo neppure una dilatazione immotivata o strumentale dei tempi».