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Data: 31/08/2013
Testata giornalistica: Il Messaggero
Occupazione l’Abruzzo torna indietro di dieci anni: persi 22mila posti in un trimestre di Giuseppe Mauro (*)

La crisi economica brucia in Abruzzo ben 22mila posti di lavoro nel secondo trimestre del 2013 rispetto allo stesso periodo dell’anno precedente. E’ questo il dato più significativo che emerge dalle ultime rilevazioni dell’Istat sulla forza lavoro. Se nel primo trimestre le iniziative che sono state poste in essere dall’Assessorato regionale al Lavoro avevano consentito un’importante tenuta occupazionale, il dato sembra decisamente ribaltarsi nel trimestre successivo.
Il numero degli occupati, pari a 485mila unità, subisce una variazione negativa del 4,4%, contro il 2,5% della media nazionale e l’1,8% del centro-nord. Il fatto preoccupante è che questo valore riporta indietro la nostra regione di quasi dieci anni, come se l’occupazione si fosse fermata ai valori del 2004.
Riflessioni significative si ottengono anche dall’analisi dei settori produttivi.
Il comparto dei servizi sembra essere quello maggiormente colpito, perché in un solo anno perde 17mila posti di lavoro, mentre per l’industria la diminuzione è più contenuta, tenuto conto che la perdita colpisce 7mila lavoratori.
Non siamo quindi di fronte ad un processo di deindustrializzazione perché l’Abruzzo, con i suoi 153mila occupati, pari al 31,5% del totale, mantiene intatto il suo profilo industriale. Nell’ambito dei servizi, invece, è soprattutto il settore commerciale a subire le conseguenze più pesanti della crisi economica, e con esso l’insieme delle piccole e medie imprese che costituisce la spina dorsale del tessuto produttivo regionale.
CUNEO FISCALE
Nella sostanza, sembrano essere due le cause fondamentali della situazione che si è venuta a determinare. La prima è abbastanza ovvia, nel senso che l’economia dell’Abruzzo è legata all’andamento economico del Paese e più in generale alla capacità di porre in essere riforme che siano davvero in grado di generare una crescita economica. Un esempio per tutti riguarda l’obiettivo della riduzione del cuneo fiscale, che avrebbe ripercussioni positive nella regione sia per le imprese, a seguito dell’abbassamento del costo del lavoro, sia per i lavoratori perché accrescerebbe il salario medio e quindi darebbe una spinta notevole ai consumi.
PIL
La seconda causa riflette l’andamento del Pil, che dopo la crisi finanziaria del 2008-2009 e dell’evento drammatico del sisma aquilano non riesce più a manifestare un percorso evolutivo. Infatti, senza una crescita della produzione, riesce difficile mantenere adeguati livelli occupazionali. Ecco perché, a nostro avviso, i dati pubblicati dall’Istat non suscitano alcuna sorpresa.
DOMANDA INTERNA
La caduta del reddito, anch’essa superiore alla media nazionale, è in gran parte generata dal crollo della domanda interna e dal rallentamento subìto, dopo anni di crescita impetuosa, dalle esportazioni. Le aspettative pessimistiche delle famiglie, i limitati livelli produttivi delle imprese e l’assenza di posti di lavoro per le giovani generazioni sono i fattori che maggiormente influiscono sul basso profilo dei consumi.
TASSO IN DIMINUZIONE
Un’ultima riflessione che emerge dalla rilevazione statistica riguarda le persone in cerca di occupazione. A differenza del dato relativo all’intera Italia, dove il numero dei disoccupati cresce e supera i tre milioni di unità, l’Abruzzo è una delle poche regioni in cui il numero dei disoccupati tende a diminuire, con riflessi positivi sul tasso di disoccupazione, che nella circostanza scende dello 0,2% (dal 10,9% al 10,7%).
Questo dato forse merita qualche commento. L’impressione è che, forse, nella regione si stanno determinando due effetti congiunti, ovviamente da approfondire. Da un lato è possibile che si registri, dopo la convulsa crescita degli anni precedenti, un «effetto scoraggiamento» che spinge determinate fasce sociali a non entrare neanche nel mercato del lavoro perché allontanate dall’andamento fortemente recessivo dell’economia e da una visione pessimistica del futuro; dall’altro lato è probabile che, nella regione, cominci a delinearsi un certo fenomeno migratorio, con riferimento soprattutto alle giovani generazioni e alle componenti più qualificate della società abruzzese.
Sono tutti temi da approfondire e che possono contribuire all’apertura di un proficuo dibattito.

(*) Economista

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