INVIATA A PARMA «Il Pd non si eredita si conquista. E se divento segretario del partito per prima cosa rottamo le correnti. Abbiamo perso le elezioni perché abbiamo avuto paura di andare a prenderci i voti degli altri. Adesso è arrivato il momento di sperare, di marciare tutti insieme come fece Martin Luther King». Ha scelto Forlì per rompere il silenzio Matteo Renzi dopo un mese di riflessione e vacanza. E da questa che è la “sua” Emilia, Borgo Sisa ultimo avamposto renziano della Romagna prima della rossissima Ravenna, ha lanciato la sua candidatura a segretario del Pd. Ma anche per mettere un punto sulla questione-Berlusconi: «Mi hanno chiesto perché non ho parlato per tutta l'estate? Ma di cosa avrei dovuto parlare? Di falchi e colombe, oppure di pitonesse o ancora di giaguari? Basta così. Quest'estate leggevo i giornali e sembrava che gli italiani fossero diventati tutti docenti di diritto penale, ogni giorno a calcolare anni di reclusione e indulti. Non voglio più parlare di Berlusconi. Un leader condannato va a casa da solo. Punto e basta». Poi il piatto forte, quello a cui tiene molto di più. Il Partito democratico. «A Epifani chiedo che rispetti le scadenze e convochi il congresso a novembre. Io Avevo capito che non si candidava lui, non che non si faceva il congresso». E' scatenato Renzi, atteso per ore da quasi tremila persone come una rockstar in questo piccolo borgo alle porte di Forli diventato per un pomeriggio il centro della politica italiana. Sono arrivati in migliaia nel campo sportivo di Borgo Sisa, tutto racchiuso in una strada, già dalle 15 sotto trenta gradi e lo hanno aspettato per quattro ore. «Per un politico è già questo un successo» ammette soddisfatto Marco Di Maio segretario provinciale del Pd e deputato a 29 anni. «Sono un renziano della prima ora come il sindaco di Forlì». E’ lui a presentare il comizio più atteso dell'estate e Matteo Renzi, camicia bianca con le maniche arrotolate in perfetto Obama-style, non li delude. Cita papa Francesco e Martin Luther King e si capisce dalle prime battute che il suo sarà un discorso da grandi occasioni. E dopo Epifani l’altra stoccata è per Enrico Letta: «Non mi interessa discutere su quanto durerà questo governo, interessa a Letta che, lo capisco, ci ha preso gusto. A me interessa parlare invece delle persone che non riescono ad accedere al welfare, di lavoro, voglio che pensionati, dipendenti pubblici, disoccupati e giovani tornino a votare Pd. Adesso per loro, siamo il terzo partito». Poi risponde secco a Pier Luigi Bersani che si trovava a soli 15 chilometri da Borgo Sisa, a Ravenna, invitato proprio ieri ad un'altra festa dell'Unità. «Bersani ha detto che non ha ancora capito quale Pd vuole Renzi? Io gli dico che voglio un partito senza correnti. Perché vincere le primarie e poi perdere le elezioni ci ha portato all'Italia di adesso, al governo delle larghe intese». L'epilogo interrotto da applausi è un avvertimento chiaro al suo partito. A Guglielmo Epifani soprattutto: «Stabiliamo le regole e facciamo il congresso. Non possiamo chiedere che gli altri rispettino le regole quando noi siamo i primi a non rispettarle. Marciamo tutti insieme come fece Martin Luther King. Proviamo ad avere un po' di coraggio come lui. Dobbiamo metterci alle spalle questi 20 anni, riprenderci il Paese e tornare a sperare». Rispondendo ad una signora che gli urla «provaci Matteo», Renzi sorride: «E’ vero è bello provarci».