ROMA Se Lo Stato italiano cedesse l’intero pacchetto posseduto in Eni ed Enel, ai prezzi attuali di Borsa, incasserebbe non meno di 26 miliardi. Ai quali sarebbe poi opportuno aggiungere un sostanzioso premio di maggioranza. Ma l’ipotesi è puramente teorica perché il governo non intende rinunciare in toto ai suoi gioielli, di cui controlla direttamente e tramite cassa depositi e prestiti circa il 30% del capitale.
Lo Stato infatti non sembra intenzionato a privarsi di asset cruciali in settori nevralgici come l’energia e la difesa (se nel paniere di partecipazioni vendibili si aggiunge anche Finmeccanica). Nella valutazione sulla convenienza a mettere pacchetti di minoranza sul mercato si valuterà certamente il valore rappresentato dal flusso dei ricchi dividendi finora incassati dal Tesoro. Una cedola meno generosa, recentemente che in passato. E tuttavia utile alle esigenze di cassa, visto che nel corso degli anni Eni ed Enel hanno garantito al tesoro cifre comparabili con quelle di una manovra finanziaria di tutto rispetto.
I NUMERI
Se l’obiettivo fosse fare cassa tout court per limare il debito pubblico, la platea di società controllate, in tutto o in parte, dal Tesoro è però molto ampia. Se ne contano una trentina (incluse le tre quotate) e l'istituto Bruno Leoni ha realizzato una stima che calcola in almeno 100 miliardi di euro il valore del patrimonio disponibile.
Nel perimetro delle partecipazioni vendibili ci sono le Ferrovie dello Stato (che varrebbero circa 36 miliardi) e Poste Italiane (3,4 miliardi) che sarebbe tra le più appetibili, a giudicare dal successo delle ultime emissioni obbligazionarie e dai collocamenti realizzati da altre aziende postali in Europa. Mentre la Rai (secondo una valutazione realizzata da Mediobanca) frutterebbe 2 miliardi. Nel concreto, però, si è parlato a lungo di una possibile dismissione di Sace, società partecipata al 100% dal Tesoro e attiva nel settore delle assicurazioni sul credito, che ha un patrimonio di 6,2 miliardi di euro. Ed è stata ipotizzata la messa sul mercato di Fintecna (valore netto di 2,3 miliardi di euro), che ha un business abbastanza diversificato visto che controlla Fincantieri (la cui privatizzazione appare però al momento improbabile) e Fintecna immobiliare.
Ancora l’Istituto Leoni ha calcolato in 30 miliardi di euro il valore della galassia delle aziende ex-municipalizzate (attive soprattutto nella fornitura di energia e di servizi pubblici), la cui quota di maggioranza è soprattutto in mano agli enti locali. Si tratta di un universo ampio e in continua espansione (circa 6 mila società) che dà lavoro a 80 mila persone per una spesa complessiva di 2,6 miliardi di euro. La proliferazione delle società a partecipazione locale è stata oggetto, nel 2010, di una indagine della Corte dei Conti. Una indagine che si è conclusa auspicando una cura dimagrante (anche a base di dismissioni).