ROMA «Non sono Jo Condor». Enrico Letta sdogana dalle teche Rai un personaggio del vecchio Carosello anni ’70 per rispondere al videomessaggio di Berlusconi. Ne nasce un botta e risposta con il cavaliere che dalla nuova sede di Forza Italia, in piazza San Lorenzo in Lucina, a Roma, risponde a distanza. Il premier sfodera un linguaggio a lui in parte nuovo: «Il governo non è un «punching bull - dice - tutti se le danno di santa ragione, stiamo lavorando in modo molto concreto e attento per gli italiani», quasi batte i pugni sul tavolo nella conferenza stampa dopo il Consiglio dei ministri. E sembra quasi di riecheggiare uno slang alla Renzi quando si dice «pronto a giocare d’attacco» e ricorda «quando ero bambino e guardavo Carosello e c’era quello che dice: c’ho scritto Jo Condor?».
In Italia «non ci sono persecuzioni», va rispettato il lavoro dei giudici, «sarebbe paradossale far passare il messaggio che lo Stato di diritto non funziona proprio mentre si tenta di attrarre nuovi investimenti stranieri con il progetto Destinazione Italia», «in Italia rispettiamo l’autonomia della giustizia e il lavoro della magistratura».
TAXI
Per Letta conteranno d’ora in poi solo il lavoro e le cose concrete. Perché «il Paese è sfiancato dalla crisi e ha bisogno di stabilità e di investimenti stranieri», «non è un outlet con prezzi da svendita ma non è neanche For Apache per difendere il perimetro di tutto ciò che è italiano».
Che l’esecutivo non si trasformi in un taxi su cui salire, pagando la tariffa minima e preparandosi alle le prossime elezioni, Letta non lo dice ma lo pensa. Non si fa intimorire. Il capo del governo lo ripete a 24 ore dal voto della Giunta per le elezioni che ha avviato l’iter per la decadenza del Cavaliere. E che tornerà a riunirsi in udienza pubblica nella sala Koch del Senato - come ha spiegato il presidente Dario Stefàno che ieri ha incontrato il presidente Pietro Grasso - il prossimo 4 ottobre, quando potrebbe esserci audito lo stesso Berlusconi.
TENSIONE
Che il Cavaliere sia nervoso non lo nascondono più neanche i fedelissimi del suo cerchio magico. I suoi messaggi sembrano sottotono. Il video a lungo meditato, perfezionato, integrato con nuovi dosi di collera e poi di nuovi mitigato, nella sua versione finale non ha colpito. Sui social network non ha sfondato. Ma il messaggio non cambia: dire che in Italia la legge è uguale per tutti rimane per Berlusconi «un’ipocrisia inaccettabile». C’è chi è pronto a giurare che si dimetterà prima che il Senato lo dichiari decaduto. Ma la tattica e anche la disposizione sul campo degli uomini è in fieri. Per ripartire di slancio dopo la sconfitta giudiziaria bisognerà pianificare un programma, e nei prossimi giorni ci sarà una riunione ad hoc dei gruppi parlamentari.
Lo spartito, dicevamo, non cambia. Berlusconi resta convinto che la responsabilità dimostrata finora sia stata «straordinaria». A riprova di questo ricorda che il Pdl ha accettato «di avere solo 5 ministri su 23, nonostante quello che sentiamo dire ai signori della sinistra». In quanto alla stabilità tanto invocata dal premier, il leader della rinata Forza Italia lascia capire che non accetterà lezioni e ricatti neanche su questo tema: il Pdl starà in questo governo finché manterrà i provvedimenti promessi e gli impegni assunti». In caso contrario si stacca la spina.
Il Cavaliere tentato di aprire la crisi
ROMA «Non voglio apparire, davanti agli italiani, come l’avvocato di me stesso. Non mi dimetterò da senatore e non pronuncerò alcun discorso, al Senato. Le toghe rosse, complici il Pd e Napolitano, vogliono mandarmi in galera? La responsabilità sarà la loro, a partire da Renzi che vuole andare al voto. La crisi, cari, la apriremo tra poco non sulla giustizia, ma sull’economia. Sull’Iva, come sull’Imu, dovete tenere il punto e non arretrare di un passo. Non possiamo farci strangolare pure su questi temi da chi mi vuol morto». Quando Silvio Berlusconi pronuncia queste parole il vicepremier Angelino Alfano e i tre ministri (Lupi, Di Girolamo e Lorenzin, il quarto, Gaetano Quagliariello, non c’era causa l’annuale riunione della Corte dei Conti) presenti alla riunione di palazzo Grazioli che ha preceduto di poche ore il «battesimo» ufficiale della nuova sede di FI, al massimo hanno deglutito.
LA STRATEGIA
Non si può dire, infatti, non se lo aspettassero, anche se l’effetto è forte. In ogni caso, se tra Berlusconi e le colombe al governo si fosse “votato” «sarebbe finita quattro a uno», spiega un falco onnipresente alle riunioni, «perché solo Quagliariello, avrebbe votato per restare ancora al governo». E sarà pur vero che – confida a un’amica parlamentare Beatrice Lorenzin, arrivata in ritardo a Grazioli ma in perfetto orario alla bicchierata di FI - «abbiamo parlato molto del nuovo partito, di Forza Italia, e di come organizzarlo», ma resta il punto politico. Lo spiega a un suo collega di partito il responsabile elettorale del Pdl, Abrignani: «Nei partiti comunisti, quando ti annunciavano che si riuniva il comitato centrale, voleva dire che si stavano per prendere decisioni importanti. Il Presidente ci ha detto che, già la prossima settimana, riuniremo i gruppi parlamentari insieme a parlamentari europei, governatori e sindaci delle città. Non parleremo solo della trasformazione in FI». L’organismo in questione si chiama, appunto, Direzione Nazionale. Pochi ne conoscono l’esistenza, anche se molti ne ricordano una scena rimasta negli annali. Fu in occasione di una Direzione Nazionale del Pdl, infatti, che nel 2010, Gianfranco Fini pronunciò il suo, fatidico, «che fai, mi cacci?». Ecco, in questo caso si potrebbe trattare della cacciata (o, meglio, dell’uscita) del Pdl dal governo Letta, ministri colombe in testa.
I TEMPI
Stabilito il dove resta da capire il quando. Sarà, infatti, nella settimana compresa tra il 14 e il 19 ottobre che la Giunta del Senato, «su pressione di Napolitano che ha voluto Stefano relatore e che pretende il voto dell’Aula sulla decadenza di Berlusconi prima che arrivi la sentenza di Milano sul ricalcolo dell’interdizione dei pubblici uffici», fa di calcolo, calendario alla mano, un senatore, che «la crisi precipiterà in modo irreversibile». Il timing, dal punto di vista del Cavaliere, è perfetto. Infatti, è proprio a metà ottobre che deve essere presentata la legge di Stabilità. E, come dirà in nottata una molto soddisfatta Daniela Santanché, dopo un vertice notturno a tre con il Cav e Verdini, a “Porta a Porta”, «se ci sarà l’aumento dell’Iva staccheremo la spina al governo».