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Data: 21/09/2013
Testata giornalistica: Il Messaggero
Peggiorano deficit e crescita. Il Tesoro pronto a nuovi interventi

ROMA Alla fine quel 3,1 per cento è stato messo nero su bianco, come rapporto tra deficit e Pil «a legislazione vigente» per il 2013. Inserendolo nella nota di aggiornamento al Documento di economia e finanza (Def), il governo tiene alta la tensione sui conti pubblici. Allo stesso tempo lancia un messaggio di moderato ottimismo sul fronte della crescita economica: per quest’anno la caduta del Pil sarà dell’1,7 per cento, ma dal 2014 si avrebbe il ritorno al segno positivo, con un 1 per cento (anche grazie alle misure messe in campo dall’esecutivo) destinato poi a salire all’1,9. E da qui al 2016 lo spread tra Btp e Bund dovrebbe tornare a 100 punti base (200 il prossimi anno).
IL CALO DELLE ENTRATE
Il premier Letta e il ministro Saccomanni hanno confermato la volontà di riportare il disavanzo entro la soglia prevista. Lo 0,1 per cento di Pil che divide il valore tendenziale da quello programmatico - un miliardo e mezzo o poco più - non è una grandezza insignificante ma nemmeno colossale se confrontata con le dimensioni complessive del bilancio. Su un piano squisitamente politico, Enrico Letta ha attribuito lo scostamento al clima di instabilità degli ultimi tempi. In realtà rispetto alle stime di aprile si registra un pesante calo degli introiti attesi da imposte e contributi, in tutto quasi sette miliardi in meno.
In questo contesto si tratta comunque di recuperare le risorse che mancano per il 2013, con «interventi tempestivi» che il ministro dell’Economia definisce «normale manovra di fine «anno». E diventa sempre più delicata la questione dell’Iva: in campo per un alt al previsto aumento oltre al Pdl ora c’è ufficialmente anche il Pd, che con Epifani chiede all’esecutivo di non far scattare la maggiorazione. Il premier Letta promette di occuparsene mentre il ministro dell’Econonomia, dal suo punto di vista, si limita ad osservare che la decisione è ormai «politica».
Il peggioramento dell’economia avrà un impatto anche sugli anni successivi, portando il disavanzo nel 2014 al 2,3 per cento, che diventa un 2,5 perché andranno finanziate spese come le missioni militari all’estero e la cassa integrazione in deroga. Dal 2015 al 2017 la differenza tra il disavanzo tendenziale e quello programmatico richiederà ulteriori correzioni dei conti, cumulativamente quantificate in circa 20 miliardi di euro - da ottenere principalmente con il processo dir evisione della spesa - anche se in quegli anni i conti pubblici dovrebbero avvantaggiarsi di un incremento della spesa per interessi molto meno marcato di quanto previsto.
IL PAREGGIO STRUTTURALE
Misurando invece il deficit in termini strutturali, ossia tenendo conto dell’effetto del ciclo economico negativo sui saldi di finanza pubblica, il nostro Paese non centrerebbe quest’anno il pareggio (come invece previsto nel Def di aprile) ma si fermerebbe ad un disavanzo dello 0,4 per cento: il traguardo è spostato in avanti due anni, al 2015. L’arretramento dell’economia si fa sentire anche sul debito che quest’anno crescerà fino al 132,9 per cento del Pil a causa della riduzione del Pil nominale e di un incremento delle passività in parte dovuto al pagamento dei debiti della pubblica amministrazione: la discesa dovrebbe iniziare nel 2014. Il beneficio delle dismissioni sarà di circa mezzo punto percentuale di Pil l’anno, la metà di quanto ipotizzato ad aprile.

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