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Data: 21/09/2013
Testata giornalistica: Il Centro
Verso le elezioni in primavera. I percorsi paralleli di Berlusconi e Renzi. Incognite Quirinale e legge elettorale

ROMA Silvio Berlusconi ha individuato il sentiero che dovrebbe portarlo fuori dal tunnel: battaglia dura contro Imu, Iva e Equitalia, logorìo del governo, elezioni politiche anticipate a marzo. Sarà ancora lui il leader del centrodestra, anche se non più da parlamentare, una dolorosa rinuncia data ormai per scontata dal Cavaliere. Dall’altra c’è la spinta uguale e contraria di Matteo Renzi: vincere il congresso del Pd, sbarazzarsi del governo e trionfare nelle urne. Sempre a marzo. In mezzo però ci sono tante incognite: Napolitano, la legge elettorale, Enrico Letta. La “road map” di Berlusconi si è andata delineando nelle ultime, amare settimane. La battaglia sulla decadenza da senatore è ormai segnata. Tanto che starebbe accarezzando l’idea di dimettersi prima del voto-mannaia dell’aula del Senato: «Non mi faccio cacciare da Grillo e da Epifani». Ma lo stuolo di avvocati gli ha spiegato che le dimissioni vanificherebbero i vari ricorsi legali. Una decisione ancora non c’è. C’è invece la linea elettorale. Battersi contro l’Imu sulla prima casa, contro l’aumento dell’Iva, contro gli artigli di Equitalia, argomenti popolarissimi. Berlusconi avrebbe ordinato ai suoi di tenere duro su questi temi. Il governo? Si logora da solo, confida Berlusconi. Deve trovare un bel po’ di miliardi, non può tenere a lungo. Matteo Renzi vede lo stesso percorso. Vincere il congresso Pd, candidarsi come premier, accantonare “l’opaco” Enrico Letta e sbaragliare il centrodestra nelle elezioni di marzo. Marzo perché dal 1° luglio 2014 inizia il semestre di presidenza italiana della Ue, periodo sprangato per le crisi di governo. Renzi sa però che la partita si gioca anche sui tempi del congresso. Se slittasse a ridosso delle festività natalizie, avrebbe zero tempo per la crisi e la campagna elettorale. Non a caso Enrico Letta si sta muovendo nel partito per allungare i tempi congressuali. Più consistente è l’incognita della legge elettorale, quel Porcellum che tutti vogliono stracciare ma che rimane lì. Ai primi di dicembre la Consulta si pronuncerà sulla sua costituzionalità. Se, come probabile, la bocciasse in toto o in parte, il Parlamento sarebbe costretto a rifare una legge, con le prevedibili difficoltà di trovare un’intesa. Ma sullo sfondo c’è la madre di tutte le incognite: Giorgio Napolitano. I sussurri che scendono dal Colle lo descrivono come molto irritato. Non vuole crisi, non vuole sciogliere le camere a piacimento dei partiti. Almeno facciano una nuova legge elettorale, ripete ai suoi interlocutori. Irritato, ma anche determinato a usare l’ultimo proiettile. Se non si mettono d’accordo e se pensano di usarmi per fare le elezioni quando vogliono, avrebbe confidato più volte, mi dimetto. Eleggano un nuovo capo dello stato. Se ci riescono.

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