ROMA Almeno un miliardo e mezzo per rimettere il deficit in sicurezza, altri 2,4 - anche se una tantum - per completare la cancellazione dell’Imu sull’abitazione principale. Più, se alla fine la scelta sarà quella, un miliardo per far slittare di tre mesi l’aumento dell’Iva. Infine il necessario finanziamento delle missioni di pace all’estero dei nostri militari, che da sola vale 300 milioni e altre esigenze di fine anno. Il conto che il governo deve onorare è tra i cinque e i sei miliardi, includendo anche l’Iva; il compito di provvedere è reso arduo oltre che dalla dimensione assoluta delle cifre anche dal fatto che lo spazio finanziario per gli interventi è di soli tre mesi.
LE POSIZIONI POLITICHE
In questo contesto le forze politiche della maggioranza si attestano sulle proprie posizioni in vista della decisiva settimana che inizia domani. Venerdì, al rientro del presidente Letta dal viaggio in Nordamerica, il Consiglio dei ministri si dovrà occupare delle missioni di pace ed anche dell’Iva, il cui aumento scatterebbe altrimenti quattro giorni dopo. Potrebbe essere l’occasione per impostare le misure di contenimento del deficit su cui è acceso il faro dell’Unione europea.
Il Pdl, per bocca di vari suoi esponenti tra cui lo stesso segretario Alfano, ha ribadito ieri l’obiettivo di non far scattare l’aumento dell’imposta sul valore aggiunto, senza rimettere in discussione nemmeno in parte la cancellazione della seconda rata dell’Imu. Lo schema del Pd è un po’ diverso, e punta sul fattore temporale: prima affrontare le questioni più urgenti, compresa l’Iva, poi con le risorse finanziarie residue intervenire sull’imposta sugli immobili. Il che vorrebbe dire far comunque pagare una parte dei contribuenti, presumibilmente quelli con le case di maggior valore, come chiede Stefano Fassina.
LE CLAUSOLE DI SALVAGUARDIA
Gli strumenti a disposizione a questo punto non sono moltissimi. Alcuni sono specificati nelle clausole di salvaguardia inserite sia nel decreto della scorsa primavera sui debiti della pubblica amministrazione, sia in quello più recente che cancella la prima rata dell’Imu. Si tratta innanzitutto di bloccare proprio una parte del pagamento dei debiti, in particolare quelli relativi a spese di investimento (opere pubbliche commissionate da enti locali) che a differenza degli altri incidono sul disavanzo di competenza. Nel mirino verrebbero poi messe alcune poste parcheggiate nei bilanci dei ministeri, ma non immediatamente spendibili, mentre altri pagamenti verrebbero semplicemente rinviati all’anno successivo. Si tratta di misure che almeno in parte si possono prendere per via amministrativa; ma se necessario, anche per qualificare politicamente l’operazione, il governo potrebbe scegliere di approvare un apposito decreto taglia-spese del tipo di quelli già adottati alcuni anni fa: ovviamente si tratterebbe in buona sostanza di tagli lineari: la spending review non può dare risultati in tempi così ravvicinati.
Da lato delle entrate le munizioni a disposizioni sono sempre quelle: le accise (sulla carta un aumento potrebbe essere temporaneo, anche se di fatto questo non è mai successo) oppure un ulteriore incremento degli acconti di novembre sulle imposte dirette, che però avrebbe l’effetto di togliere risorse al 2014. Il quadro eventualmente sarebbe completato con la soppressione di qualche agevolazione fiscale (come è stato fatto nel decreto Imu con quelle relative alle polizze vita) oppure con mini-interventi su altre imposte (ad esempio nel decreto sulla scuola sono state ritoccate quelle ipotecarie e catastali).