ROMA Tra le tante partite aperte, sul tavolo del governo c’è anche quella delicatissima sul riassetto azionario di Telecom Italia. Una partita sulla quale né Palazzo Chigi né il ministero dell’Economia o quello dello Sviluppo sono usciti allo scoperto visto che Telecom è un gruppo privato in un mercato liberalizzato. Ma è pur sempre il quattro gruppo industriale italiano, 50.000 dipendenti dei quali 11.000 a Roma, proprietario di un asset, la rete telefonica, che è anche un monopolio naturale strategico per qualsiasi Paese, tanto più in vista degli investimenti colossali sulla fibra ottica. Oggi si apre una settimana cruciale per il destino del colosso telefonico nazionale in attesa dell’offerta che Telefonica presenterà entro sabato prossimo ai soci italiani di Telco, la cassaforte di controllo del gruppo guidato da Franco Bernabè.
Cresce infatti l’allarme del sindacato per l’impatto sull’occupazione del gruppo nel caso in cui il socio spagnolo, Telefonica, conquistasse il controllo. Non è dell’italianità di Telecom, sia chiaro, che si discute, ma delle scelte industriali che trapelano: cessione obbligata (per ragioni antitrust) di Tim Brasil, dopo uno spezzettamento in tre della società, e di Telecom Argentina. Considerato che è da queste due controllate che viene la crescita dei ricavi di Telecom a fronte di un mercato italiano fortemente competitivo e in ridimensionamento, si capisce perché i sindacati temono nuovi esuberi.
L’OCCUPAZIONE
Quanti, dipenderà dalle scelte degli azionisti, attese per il 28, e del Cda che è slittato al 3 ottobre. Ma il sindacato non nasconde che il punto più fragile è l’area commerciale dove si rischia l’esternalizzazione (già attuata da Telefonica a Madrid) di quasi 12.000 addetti dei call center.
Dodicimila esuberi? Sono «una cifra insostenibile», afferma Stefano Fassina, intervistato da Maria Latella su Sky. Secondo il viceministro dell’Economia «i problemi di Telecom si possono affrontare anche senza conseguenze così drastiche, ci sono soluzioni utili per il Paese e per Telecom». In tv Fassina si è tenuto sulle generali, ma il pensiero di chi segue le vicende Telecom è andato al progetto di scorporo della rete. Un progetto al momento in stand by sia per l’attesa sugli assetti azionari del gruppo sia perché la Cassa depositi e prestiti (Cdp) , con il presidente Franco Bassanini, vorrebbe limitare l’investimento all’infrastruttura, ma crescono le pressioni di chi vorrebbe invece un ingresso direttamente nel capitale di Telecom.
In attesa che il governo dia direttive in proposito, alla Cdp si pensa anche per altri nodi da sciogliere. E proprio mentre il premier Letta è impegnato in un roadshow negli Stati Uniti, anche per presentare l’impegno del governo sulle privatizzazioni, Fassina ha detto con chiarezza che per Ansaldo Sts, Energia e Breda il governo punta «su una soluzione che, attraverso Cdp, consenta alle tre Ansaldo unite, di poter rimanere in modo molto trasparente e fermo sotto il controllo italiano, con la ricerca di partner industriali disponibili». Per Poste Vita, invece, arriva lo stop: «Vendere sarebbe un errore».