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Data: 29/09/2013
Testata giornalistica: Il Messaggero
Berlusconi informa i ministri a cose fatte. Partito in subbuglio. La decisione presa ad Arcore con i falchi e la figlia Marina

ROMA A differenza del principe di Condé, il quale –racconta Alessandro Manzoni nei Promessi Sposi – dormì benissimo, la notte prima della battaglia, Silvio Berlusconi la notte tra venerdì e sabato scorso l’ha passata insonne. Rientrato ad Arcore, nel suo fortino-bunker di villa San Martino, dopo aver dormito poco e male e in attesa di festeggiare 77 anni con i figli e pochissimi, e scelti, amici, ha passato la mattinata di ieri ad ascoltare (o, meglio, a far finta di ascoltare) i suoi ministri.
Tutti e cinque, a partire da Alfano, hanno cercato – inutilmente e disperatamente – di convincerlo che Letta (e, dietro di lui, Napolitano) erano pronti a «fare qualcosa», un gesto disttensivo. E, in effetti, il volo delle colombe dei risultati sembrava davvero averli ottenuti a tal punto che, confidava di mattina a un amica la Lorenzin, «forse oggi abbiamo scongiurato la crisi». Una rassicurazione sul fatto che il premier Letta avrebbe inserito il tema della riforma della giustizia nel discorso che avrebbe fatto alle Camere. E, soprattutto, questa: «Napolitano parlerà dalla visita al carcere di Poggioreale. E, vedrai, ti manderà un segnale forte e chiaro». Il segnale, in effetti, arriva e si traduce nelle parole del Capo dello Stato sull’amnistia. Quando, però, a ora di pranzo, Berlusconi convoca l’unico stato maggiore di cui si fida, la sua guardia pretoriana (composta, ormai, da sole cinque persone: Verdini, Santanché, Bondi, l’avvocato Ghedini e una new entry, la vicepresidente del gruppo pidellino al Senato, Annamaria Bernini, che poi affronterà con Ghedini il tema decadenza), cui si è aggiunta assai significativamente la figlia Marina, tocca solo a lui e ai suoi tirare le somme. E le somme fanno il totale, come direbbe Totò, ma stavolta non c’è da nulla da ridere.
PRANZO DI GUERRA

E’ in tale vertice del tutto informale che, infatti, il Pdl apre, formalmente, la crisi di governo. «Non mi stanno offrendo nemmeno la corda a cui dovrei impiccarmi – spiega, in realtà, livido e terreo in volto, il Cav ai suoi commensali – e l’offerta di Napolitano è solo una scatola vuota, chiacchiere e ricatti. Basta. I nostri ministri si devono ritirare dal governo, dando subito le dimissioni e i nostri parlamentari confermarle tutte e in massa, ricandido solo chi lo fa. Dobbiamo chiedere le elezioni anticipate (l’ultima finestra elettorale utile per votare è entro l’anno è quella del 24 novembre, ndr,) come già stanno facendo i nostri alleati leghisti e come sta facendo anche Grillo, ma se Napolitano prova a fare un governicchio, benissimo, lo facciano. Per loro sarà un bagno di sangue e noi ci rigeneriamo all’opposizione. Nei sondaggi FI vola e presto anche il Pd non ce la farà più e chiederà le urne». Poi, giù stilettate sui suoi avversari: «Napolitano ha del tutto tradito la mia fiducia e Letta, con il suo discorso a New York, invece di porsi come soggetto terzo tra me e il Pd si è schierato contro di me. Credevano che scherzassi, ma io non mollo, lo sapete, e combatterò fino alla fine, da uomo libero o in carcere, non m’importa, l’ultima battaglia».
ALTA TENSIONE

A questo punto, e non siamo neppure a metà di un pomeriggio da leoni, si apre un giallo. Riguarda le dimissioni dei ministri che, pur se sollecitate, pare tardino ad arrivare. La verità è che i ministri medesimi apprendono del comunicato di fuoco del Cav direttamente dalle agenzie di stampa. Certo è che una decisione presa nel fortino di Arcore con soli pochissimi e scelti fedelissimi e comunicata al resto del partito via agenzie mette in subbuglio la pancia moderata del Pdl e non solo quella.
I Fitto, le Gelmini e altri tacciono, ma persino dei falchi quasi non ci credevano più. Inoltre, questa volta i dissensi espliciti non mancano e il Pd conta sui loro. Il sottosegretario all’Economia Alberto Giorgetti annuncia che non condivide affatto la scelta delle dimissioni né darà quelle da parlamentare mentre Fabrizio Cicchitto – su suggerimento, si dice, dello stesso Alfano, stretto tra l’incudine della lealtà al governo e il martello di quella al Cav –fa uscire un comunicato di fuoco in cui spiega che la decisione di Arcore andava assunta negli organismi preposti come l’Ufficio di Presidenza. Infine, nel gruppo del Pdl al Senato, come pure in quello degli alleati del Gal, monta l’insofferenza e si iniziano a contare possibili, nuove, defezioni tanto che sia Verdini che Abrignani si attaccano al telefono e si dicono che «se escono in 14, tra Pdl e Gal, forse a fare un governicchio ce la fanno...». Eppure, a fine serata, è proprio un soddisfatto Abrignani a sussurrare a un amico: «Finalmente, dopo gli aerei, sono davvero usciti i carri armati».

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