ROMA Governo allo sbando, crisi alle porte. E ora che succede? Gli scenari possibili non sono molti, e su tutti grava la minaccia di una crisi finanziaria che potrebbe tornare a mordere proprio quando sembrava, se non superata, per lo meno governabile, con una speranza di ripresa almeno dal prossimo anno. La mossa berlusconiana fa tornare tutto in alto mare e riporta il calendario politico bruscamente indietro di un paio d’anni. Per conoscere le prossime evoluzioni bisognerà aspettare il voto del Parlamento sul governo Letta, ma la sua fine è praticamente già decretata nei fatti. All’orizzonte torna dunque ad affacciarsi la prospettiva di nuove elezioni politiche anticipate. Probabilmente l’ipotesi peggiore fra quelle contemplate da Napolitano, ma anche da mercati, parti sociali e partner europei. Anche andare a votare non è però semplice. La Costituzione prevede che dallo scioglimento delle Camere debbano decorrere da un minimo di 45 a un massimo di 70 giorni fino all’apertura delle urne. E dunque, prevedendo che Napolitano, dopo un eventuale voto di sfiducia a Letta, apra le consultazioni al Quirinale e faccia fare almeno un giro di esplorazione per verificare se c’è una maggioranza possibile per un nuovo governo, allo scioglimento si potrà arrivare non prima di 10-15 giorni. Significherebbe andare a votare al più presto il primo o l’8 dicembre. Anche se una prassi consolidata ha sempre fissato il voto 60 giorni dopo lo scioglimento, periodo che porterebbe però sotto Natale. Più probabile dunque che al voto ci si possa andare a febbraio-marzo. Ma in questo caso servirebbe comunque un governo che traghetti il Paese fino a quella data e che magari assicuri la legge di Stabilità e la riforma della legge elettorale. Si tratterebbe in sostanza del cosiddetto governo “di scopo”, quello per il quale ha già dato la sua disponibilità Sel, oltre naturalmente a Pd e Scelta civica. «Contribuiremo a soluzioni credibili», ha detto ieri Mario Monti. Il problema sono sempre i numeri del Senato (alla Camera il Pd gode di un’ampia maggioranza). A Palazzo Madama mancano 14 voti. Qualcuno si potrebbe sicuramente trovare fra i fuoriusciti dal Movimento 5 Stelle, ma forse anche fra i senatori che fanno ancora parte del gruppo, come Luis Orellana, che in questi giorni ha più volte manifestato la sua disponibilità, e non sarebbe l’unico. Ma altri voti potrebbero arrivare anche da una parte di parlamentari del Pdl che non hanno condiviso lo strappo imposto dai falchi, dai siciliani Naccarato, Torrisi e Pagano fino a qualcuno, a sorpresa, fra i fedelissimi berlusconiani. Potrebbe poi pesare, inevitabilmente, anche la posizione che assumeranno i 5 senatori a vita recentemente nominati da Napolitano. L’ultimo scenario possibile, ma di gran lunga il più improbabile è quello che tutto si possa concludere con un semplice rimpasto. Una possibilità che prevederebbe però una veloce marcia indietro di Berlusconi che al momento appare difficile e che potrebbe scaturire solo da una ipotetica trattativa sotterranea. Improbabile, anche perché negli ultimi giorni si sono del tutto interrotti i canali di comunicazione fra Quirinale e Pdl.