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Data: 30/09/2013
Testata giornalistica: Il Messaggero
Il Tesoro: per l’Iva non c’erano risorse alternative

ROMA Potrà non piacere, perché cancella l’incremento dell’Iva ritoccando le accise sui carburanti: ma per il ministero dell’Economia la scelta fatta con il decreto poi non approvato dal Consiglio dei ministri di venerdì è sostanzialmente l’unica possibile. Sempre che naturalmente sia ritenuto necessario impedire il passaggio dell’aliquota ordinaria dell’Iva dal 21 al 22 per cento. In un documento interno datato 25 settembre e dunque redatto a ridosso della riunione che si è svolta a Palazzo Chigi, i tecnici del dicastero hanno passato in rassegna nel dettaglio tutte le ipotesi e le proposte di reperimento delle risorse emerse negli ultimi giorni, sia sul lato delle entrate che su quello delle uscite. Alcune delle quali, anche se nel testo non ci sono riferimenti diretti, erano state avanzate a nome del Pdl dal capogruppo alla Camera Renato Brunetta.
LE ESIGENZE DA FINANZIARE
Il punto di partenza è naturalmente la stima già inserita nella Nota di aggiornamento del Def, in base alla quale a fine anno in assenza di altri interventi l’indebitamento netto (ossia il deficit rilevante secondo i criteri europei) arriverebbe al 3,1 per cento: per rientrare al 3 occorre una correzione di 1,6 miliardi. A questa previsione va aggiunto il fatto che da qui a dicembre bisognerà comunque trovare 800 milioni per una serie di spese inderogabili (missioni di pace, Cig in deroga, immigrazione e social card). Per rinviare di tre mesi il passaggio dell’Iva al 22 per cento ed inoltre cancellare anche la seconda rata dell’Imu per abitazioni principali e fabbricati rurali sono necessari ulteriori 3,45 miliardi. Trovare tutti questi soldi è un’impresa improba, anche considerando gli impegni finanziari già presi dal governo Letta.
Potrebbe dunque sembrare inevitabile fare ricorso a coperture straordinarie, ma anche voci di questo tipo presentano problemi. Ad esempio la vendita di immobili una tantum, che pure viene presa in considerazione al Tesoro, può essere utilizzata per la riduzione del disavanzo ma «non per finanziare spese correnti o sgravi fiscali temporanei». Se poi ad essere cedute sono partecipazioni azionarie, allora per le regole contabili europee l’effetto sul deficit è nullo: dunque un intervento del genere va bene solo per ridurre il debito. Un’altra ipotesi sarebbe quella di permettere alle imprese la rivalutazione onerosa di cespiti aziendali, con vantaggio per i propri bilanci e dietro pagamento di un’imposta sostitutiva. Operazioni del genere sono state attuate varie volte in passato. Stavolta però si tratterebbe di proporla per l’anno in corso, per cui le stesse aziende avrebbero difficoltà ad aderire: troppo poco tempo per avviare le procedure e reperire la provvista necessaria. Da più parti poi è stata suggerita una rivalutazione di tipo molto più particolare, quella delle quote di Bankitalia in mano alle banche; progetto che il Tesoro intende perseguire, ma che richiede tempi non brevi per il necessario esame da parte della Bce e che comunque, su un importo della rivalutazione stimato tra i 5 e i 7 miliardi, produrrebbe un gettito «aleatorio».
Altre misure di natura tipicamente temporanee potrebbero essere l’anticipo dell’incasso di accise dovute a gennaio 2014, oppure il rinvio di spese di investimento programmate per quest’anno. Nel primo caso in base alle regole contabili non ci sarebbe effetto sul deficit di competenza, nel secondo si rischierebbero contenziosi con le imprese, nel momento in cui lo sforzo è quello di dare loro liquidità. In generale - nota lo studio del Mef - tutte le operazioni temporanee hanno alcuni difetti: spesso creano ammanchi per l’anno successivo, inoltre pur contribuendo a riportare il disavanzo sotto il 3 per cento non migliorano il saldo strutturale, come invece richiesto dalla Ue. Complessivamente poi non danno un bel segnale ai mercati. Dunque vi si può fare ricorso, ma con «dimensioni relativamente limitate».
I RISPARMI SULLE USCITE
Nel documento viene poi affrontata un’obiezione consueta: possibile che sia così difficile tagliare qualcosa su 800 miliardi di spesa totale? La risposta è contenuta in un’analisi dettagliata delle uscite del bilancio: quelle su cui si può effettivamente intervenire, tolti stipendi, pensioni ed altre voci non comprimibili, ammontano in realtà a 175 miliardi: ma anche questi a tre mesi dalla fine dell’anno (e dopo alcuni interventi già attuati) possono essere toccati solo in misura molto limitata e quello che si potrà ricavare sarà destinato alla riduzione del disavanzo; anche se il ministero dell’Economia conferma la volontà di intervenire sulla spesa - ma non in tempi così ravvicinati - «al fine di assicurare una riduzione della pressione fiscale».

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