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Pescara, 03/12/2021
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Data: 30/03/2007
Testata giornalistica: Rassegna sindacale
Indagine Eurispes. I salari italiani sono i più bassi d'Europa

In Italia i salari crescono poco, molto meno che negli altri paesi europei, e l'inflazione li sta divorando. Lo conferma uno studio dell'Eurispes dal quale si evince che i salari italiani sono ormai i più bassi d'Europa in termini di potere d'acquisto, superiori solo a quelli del Portogallo. Dal 2000 al 2005, mentre vi è stata una crescita media del salario comunitario - per l'insieme dei paesi europei - del 18%, nel nostro Paese i lavoratori dell'industria e dei servizi (con esclusione della Pubblica amministrazione) hanno visto la propria busta paga crescere solo del 13,7%. Solo la Germania e la Svezia (paesi che comunque hanno livelli retributivi ben più alti dei nostri) segnalano una crescita inferiore, mentre i lavoratori di Gran Bretagna, Norvegia, Olanda e Finlandia hanno visto, nel quinquennio, la propria busta paga accrescersi di oltre il 20%

La posizione del nostro Paese - prosegue l'indagine - non cambia all'interno della classifica europea, se passiamo a considerare il livello dei salari lordi, ossia l'importo che il lavoratore dipendente vede segnato sulla busta paga (e che non corrisponde al suo contenuto, perché da quel valore il datore di lavoro avrà sottratto, per versarli agli Enti di previdenza, i contributi a carico del dipendente e le imposte dirette, delle quali è responsabile come sostituto d'imposta).
Anzi l'Eurispes segnala che la posizione del nostro lavoratore rispetto ai suoi omologhi d'oltralpe è peggiorata. Difatti mentre il costo del lavoro è da noi inferiore del 30,6% (-9,4 euro) rispetto a quello della Danimarca (dove è il più caro), se passiamo a confrontare il salario lordo, vediamo che al lavoratore dipendente italiano medio spetta solo il 52% del salario lordo del lavoratore medio danese: questo perché i contributi sociali sono da noi più gravosi che in Danimarca. A causa del diverso peso di quella parte dei contributi sociali a carico delle imprese si modifica anche ed in maniera significativa, la classifica dei paesi europei: ecco allora che la Francia che occupa uno dei primi posti per costo del lavoro scivola al di sotto della Germania e soprattutto della Gran Bretagna per consistenza del salario lordo.

Altra nota dolente viene dalla comparazione del cuneo fiscale tra i diversi paesi europei. Il cosiddetto cuneo fiscale (ossia la differenza fra i costi sostenuti dall'imprenditore per l'assunzione di un lavoratore - il salario più i contributi alla sicurezza sociale - e il reddito del lavoratore dopo le tasse e le indennità) è molto diverso da paese a paese e va dal 51% della Germania per un lavoratore senza famiglia a carico al 22,3% del lavoratore con moglie e due figli a carico in Irlanda. In questa classifica - fa notare l'Eurispes - l'Italia non si trova più agli ultimi posti: se con riferimento al salario medio lordo il nostro Paese occupa il quartultimo posto, tenendo conto dell'incidenza del cuneo fiscale sul costo del lavoro, l'Italia balza al quarto posto, preceduta solo dal Belgio, dalla Svezia e dalla Germania. Insomma il nostro cuneo fiscale, se confrontato con quello degli altri paesi europei, è particolarmente gravoso. E già nel 2004 pesava per oltre il 45% (45,8% ad essere precisi) per un lavoratore senza familiari a carico e per il 36,6% per un lavoratore con moglie e due figli a carico

L'effetto congiunto dell'erosione del potere d'acquisto causata dall'inflazione, dell'elevato peso del cuneo fiscale e della contenuta dinamica salariale spiega perché - secondo i ricercatori dell'Eurispes -, pur essendo il costo del lavoro nel nostro Paese ben più alto che in Spagna e Grecia e di poco inferiore a quello britannico, il reddito che resta al lavoratore (salario netto a parità di potere d'acquisto) sia sceso nel 2006 al di sotto di quello degli spagnoli e dei greci e a poco più della metà (57%) di quello del lavoratore del Regno Unito.

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