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Pescara, 24/03/2026
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Data: 01/10/2013
Testata giornalistica: Il Messaggero
Letta: voglio il sì di un consistente fronte moderato o niente fiducia. Se il premier verificherà di non avere «numeri forti» si dimetterà. Poi il reincarico: «Voglio arrivare fino al 2015»

«Non faccio cose rabberciate e tantomeno vado in giro a reclutare singoli parlamentari. Voglio il sostegno di un consistente fronte moderato».
«Se questo sostegno non arriva, e dovessi trovarmi costretto a governare con due-tre voti di scarto, mi dimetterò». Enrico Letta torna a scartare l’ipotesi di fare il «re travicello». Torna a dire che «non intende governare a tutti i costi». «O si crea una maggioranza forte, in grado di rispondere ai problemi del Paese con respiro fino alla primavera del 2015», ha confidato il premier a più di un interlocutore, «oppure sarà meglio trarne le conclusioni».
Così, improvvisamente, il voto di fiducia di domani non è più sicuro. Proprio per evitare l’epilogo temuto da Letta, dopo che ieri Silvio Berlusconi è riuscito a domare la rivolta e si è allontanata la possibilità di assistere a «un consistente smottamento nel Pdl» con la nascita di un gruppo parlamentare autonomo «dei moderati», la conta di domani in Aula è stata derubricata a «possibile».
Al momento l’ipotesi più probabile accreditata a palazzo Chigi (e dintorni) è che domani Letta farà il suo discorso programmatico («molto duro con Berlusconi e molto ampio nella prospettiva di durata»). Poi, se non arriveranno «buone notizie» dai ribelli del Pdl, salirà al Quirinale per dimettersi. Senza essere sfiduciato. Una scelta che aprirebbe la strada al Letta-bis: prima le consultazioni di Giorgio Napolitano, poi un reincarico a Letta, infine la prova di forza - da qui a quindici giorni e dopo che Berlusconi sarà stato dichiarato decaduto dalla giunta del Senato - per la nascita di un nuovo governo. Questa volta tutto nuovo: il famoso Letta-bis. E questa volta con «un patto programmatico di due-tre anni» tra Pd e «un’importante costola moderata».
ALFANO E IL TIME-OUT

A chiedere tempo al premier è stato Angelino Alfano. Il vicepremier dimissionario ha fatto presente a Letta di aver bisogno di «qualche giorno» per riuscire ad aprire una crepa nel partito. Soprattutto Alfano ha bisogno di offrire ai potenziali ribelli «una prospettiva sicura e duratura». Proprio quel governo fino al 2015 prospettato domenica da Letta appena uscito dal Quirinale.
«Senza la certezza di un governo che duri almeno un paio d’anni», spiega un (ex) ministro del Pdl, «è difficile ottenere il voto dei nostri senatori. Sono quasi tutti contro la crisi, ma tutti hanno paura di perdere il seggio se le elezioni saranno tra pochi mesi. Per questo il governicchio non ha appeal: il timore è che Renzi possa aprire la crisi a breve. Per riuscire a strappare al Cavaliere mezzo partito, serve un governo ex novo con una prospettiva di lunga durata». Per dirla con un ministro centrista: «Se avremo il Letta-bis, avremo anche il Pdl-bis».
Così non è un caso che Dario Franceschini abbia definito «non scontato» il voto di fiducia domani in Parlamento. Tutto (o quasi) è tornato in alto mare. «Nessuno si aspettava che la riunione dei gruppi del Pdl filasse così liscia per Berlusconi, avevamo avuto altre garanzie...», dice sconsolato un lettiano doc. E a palazzo Chigi - dove scartano con rabbia l’ipotesi dell’appoggio esterno avanzata da Berlusconi - non credevano neppure che nel Pd tornasse forte la voglia di elezioni. «Bersani, D’Alema e Renzi stanno tentando il tutto per tutto», dice un deputato vicino al premier, «se riescono ad andare presto al voto, i primi due si tengono il partito e Matteo può andare dritto a palazzo Chigi senza passare per le primarie da segretario del Pd».
LE SUBORDINATE

Insomma, molti sembrano giocare contro l’asse Letta-Napolitano. Ma il premier e il Quirinale non sono disposti a gettare la spugna. Se domani le cose si metteranno male, scatterà il piano per il Letta-Bis. Poi, se anche questo progetto dovesse risultare impraticabile, prenderà corpo il “governo di scopo”. I possibili candidati: il ministro dell’Economia Fabrizio Saccomanni e il presidente del Senato, Pietro Grasso. Lo scopo: fare la legge di stabilità, rimettere a posto i conti e fare la riforma del Porcellum.

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