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Data: 02/10/2013
Testata giornalistica: Il Messaggero
Fiducia, scontro Berlusconi-Alfano. Per tutto il giorno pressing degli ex ministri sul Cavaliere. Inutile. A sera l’annuncio: votiamo no. La replica: invece noi voteremo sì. Angelino, grinta da leader ma per il Cav diventa «Bruto»

ROMA Silvio Berlusconi ha deciso: Forza Italia voterà un secco no alla fiducia, pronta a passare all’opposizione. Invece, la «Nuova Italia» guidata da Angelino Alfano voterà con convinzione sì. La scissione del Pdl è dunque nei fatti. Da una parte i lealisti, i falchi fedeli alla linea dura del Cavaliere. Dall’altra molti senatori cattolici (specie i ciellini, guidati dal ministro Lupi e dal senatore Formigoni), ma anche Maurizio Sacconi e altri teo-con assortiti, i siciliani guidati da Giuseppe Castiglione, i calabresi capitanati da Iole Santelli, i laziali della Lorenzin, i pugliesi che fanno capo a Quagliariello, alcuni senatori campani e altri ancora (dall’Italia centrale in su, però, praticamente zero). Con Alfano anche gran parte dell’area politico-culturale che faceva riferimento all’ex-An (Matteoli e Augello, ma anche Barbara Saltamartini, che sta alla Camera). La linea di Alfano è chiara: il «vero» Pdl vota la fiducia, chi vota contro è lui lo scissionista. Ma tant’è, la spaccatura è nei fatti.
OPERAZIONE «OLIMPICO»

Alla fine di un’altra giornata di vertici e riunioni prende quota l’operazione «sezione italiana del Ppe». Un’operazione che naturalmente non nasce ieri, ma affonda le sue radici in una manifestazione che si tenne quasi un anno fa al teatro Olimpico che vide per protagonisti Alfano, Lupi, Lorenzin, Quagliariello e molti altri, ma solo uno, l’allora capogruppo al Parlamento europeo del Pdl, Mario Mauro, se ne andò per davvero. Stavolta la scissione c’è, è vera, profonda, pesante. E, soprattutto, fa male. Alfano, segretario del Pdl dal 2009, cioè da quando il Pdl è nato, guida altri quattro ministri (Gaetano Quagliariello, Beatrice Lorenzin, Maurizio Lupi, ma non Nunzia De Girolamo, sola nel stare fedele al Cav) alla divisione, definitiva, con i destini del suo padre politico e, anche, umano, Silvio Berlusconi. Tutto si consuma in una giornata che sembra davvero non finire mai e che vede un continuo susseguirsi di colpi di scena. In realtà sono tanti, in Senato, a non volere la fine delle larghe intese e del governo Letta. Anche se fino all'ultimo le carte restano coperte, le posizioni oscillanti. «Tutto dipende da Alfano», spiega più d'uno in mattinata. Se il segretario deciderà lo strappo, come sembra in serata, con lui se ne andrà circa la metà dei senatori. Se invece Berlusconi riuscirà a ricondurlo all'ovile, a convincerlo per le elezioni subito, dal Pdl, calcolano, si staccherà una manciata di senatori non sufficiente a dare a Letta una nuova maggioranza. Ma le sirene del nuovo Ppe italiano sono all'opera. Il pressing di Casini, Monti, Montezemolo lavora ai fianchi del partito del Cavaliere. Telefoni roventi, orecchie sensibili.
La speranza delle colombe è condurre a più miti consigli Berlusconi, trovare una via per indurlo a votare la fiducia. Ma a Palazzo Madama, dove i giochi si fanno, di ora in ora cresce l'ipotesi di un nuovo gruppo per accogliere i pidiellini che decidano di abbandonare gli «estremisti» della rinata Forza Italia: possibili nomi, Pdl-Ppe o Nuova Italia, appunto. L'embrione, in sostanza, di un centrodestra de-berlusconizzato. Si guarda intanto al pranzo tra Berlusconi e Alfano a Palazzo Grazioli. E si racconta che è all'opera il grande tessitore, Gianni Letta, per far prevalere le ragioni della stabilità di governo. Ma il Cavaliere non ha alcuna intenzione di tornare sui suoi passi, lo mette in chiaro. I ministri (colombe) dimissionari stabiliscono il loro quartier generale a Palazzo Chigi, dove li raggiunge Alfano. Lupi, Quagliariello, Lorenzin non intendono smuoversi dalla posizione per la stabilità di governo. E così matura lo strappo: «Abbiamo i numeri, siamo anche più di 40. Voteremo la fiducia», dice Carlo Giovanardi fuori dal palazzo del governo. Poco dopo, Alfano invita il partito a sostenere Letta. E auspica l'unità: «Non ci sono gruppi e gruppetti».
A poche centinaia di metri, tra gli stucchi del Senato, il «partito della responsabilità» si galvanizza. Il siciliano Salvo Torrisi esulta: «Alfano fa il segretario. Evviva!».

Angelino, grinta da leader ma per il Cav diventa «Bruto»
Psicodramma a palazzo Grazioli l’estremo faccia a faccia nella notte. Accusa Silvio: la tua linea è suicida
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È incredibile che Alfano, vera e propria creatura berlusconiana, voglia fare la festa al suo idolo. O magari stiamo su “Scherzi a parte”. Il quid, che gli era stato negato, adesso Alfano lo mette sul tavolo del Cavaliere, il quale assiste sotto ai propri occhi alla metamorfosi di una colomba che caccia gli artigli.
E che esce dall’amletico dubbio su ciò che è e su ciò che potrebbe diventare - essere o non essere un leader vero e proprio? «Alfano, lo sei, devi esserlo», è il coro che gli arriva dal Senato dove la crisi di governo viene vissuta come un dramma e questo suono gli dà coraggio - e prova l’affondo. Poi diventa via via più convinto di poter dire la sua, di strappare senza rompere, ma in tarda serata a rompere sarà Re Silvio.
L’AFFONDO

Per tutta la giornata, osa Alfano e trova la forza di osare dicendo «caro presidente, dobbiamo votare tutti la fiducia a Letta». Chiede un caffè Angelino prima di andare a pranzo con il leader che lo ha costruito e protetto e per un segretario particolare tradire il proprio titolare non è facile come per tutti gli altri. Alfano non è un berlusconiano qualsiasi. E’ il Delfino che ieri ha provato l’ebbrezza del quantum - ha sfiancato il Cavaliere in colloqui privati e di gruppo - e anche quella del quid. Dudù non si affaccia nella sala. Meglio.
«Io non ci sto a tirare giù tutto», si fa forza Angelino. Gli sms piovono sul telefonino di Alfano, che sa di non potersi arrendere questa volta come le altre volte perchè sennò verrà sbranato da Pitoni e Pitonesse, e insomma via cellulare Letta fa il tifo per lui. Lupi lo conforta a distanza e lui manda messaggi rassicuranti: «Si può fare». Berlusconi lo lascia fare. Ma poi, quando dopo cena Berlusconi riunisce i falchi senza dirgli niente, in quella sede è il Re che fa la festa a distanza al Delfino.
I FALCHI

Singoli senatori nelle ore precedenti gli avevano fatto sapere: «Se c’è la tua copertura politica, a votare la fiducia non saremo in venti ma in ottanta». Quasi tutti tranne una decina: i Bondi, Verdini, Galan e gli altri falchi che - ecco l’espressione forte di uno di loro - si sono visti sfilare «la mummia di Berlusconi» da parte della colomba con gli artigli. Angelino fa la spola tra Palazzo Grazioli e Palazzo Chigi. Prima da Silvio, poi da Letta con cui gioca di sponda, poi nel suo studio da vice-premier con gli altri colleghi dimissionari e dice alla Lorenzin che «un altro centrodestra è possibile» e le fa coraggio ma lei risponde: «Non ce n’è bisogno».
Mentre Lupi si affaccia dalla finestra della stanza di Angelino e alcuni giornalisti dalla piazza gridano: «Habemus Lupi», «Habemus Alfano». E’ vera gloria? Angelino non è un pugnalatore ma a lui conviene lo strappo. Chissà che cosa si aspetta dal Quirinale. «Lo faranno senatore a vita?», ironizzano i falchi. E’ il prossimo premier delle larghe intese in un futuro anteriore, se mai ci saranno ancora larghe intese nel Paese della pacificazione guerreggiata?
LA CONTA

Quando Alfano dice a Berlusconi che una trentina di senatori sono pronti a disobbedirgli, Silvio non sa se crederci o no. Chiama Bonaiuti, Donato Bruno, Schifani e non gli arrivano buone notizie numeriche. Alfano comincia ad assaporare la vittoria. Ma guai a credere che Berlusconi possa essere battuto così. E da uno che mai avrebbe potuto immaginare di poterlo non solo sconfiggere ma neppure sfidare.
IL TIPO

Se poi però Alfano stamane, perchè la notte è lunga i berluscones non «diversamente berlusconiani» nelle tenebre lavorano al pallottoliere, si gira e non trova più nessuno dietro si sè? E se, come capitò a Fini, le truppe spariscono d’incanto e l’incanto ha un nome e cognome: Denis Verdini? «Mi sembra che il presidente Berlusconi abbia capito la situazione - è il leit motiv di Alfano ai suoi interlocutori - e sia consapevole che è interesse di tutti non farla precipitare». Ma Berlusconi non è tipo che si lascia convincere. Ora Amleto è lui e non è più l’altro.
LO SHOW DOWN

Alfano prova a convincere Silvio con un rimpasto: «Se non al Letta uno, si può dare la fiducia al Letta bis con nuovi ministri di tuo gradimento», prova e riprova Angelino. «Ma che me ne faccio di un rimpasto mentre il plotone d’esecuzione del Senato mi abbatte?», è la replica. Il braccio di ferro sembra infinito. Subito dopo la mezzanotte l’auto del segretario arriva a Palazzo Grazioli e tra i due c’è l’ennesimo tira e molla che dura qualche altra ora in un clima drammatico.
E stamane l’epilogo. Quando forse, nel voto al Senato, forte di uno strapotere che non c’è più il Re andrà al suicido in aula. Mentre l’ex Delfino diventerà leader di un nuovo partito e di un’altra storia targata Ppe, se ne avrà la forza. E questa capriola dei destini è uno spettacolo da non perdere.

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