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Pescara, 24/03/2026
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Data: 02/10/2013
Testata giornalistica: Il Centro
Pdl spaccato, c’è la scissione Alfano dice no a Berlusconi. Il Cavaliere ai suoi: al Senato votiamo la sfiducia. Nuovi attacchi a Napolitano Una quarantina i parlamentari dissidenti. La minaccia: in campo mia figlia Marina

ROMA «Rimango fermamente convinto che tutto il nostro partito debba votare la fiducia a Letta. Non ci sono gruppi e gruppetti». Sono passate da poco le 17 e l’aut aut che Angelino Alfano spedisce a Berlusconi mette il sigillo su uno strappo inimmaginabile fino a qualche giorno fa e che nelle prossime ore potrebbe portare ad una scissione. Da una parte un nuovo gruppo, che al Senato si potrebbe chiamare Nuova Italia, avrebbe un chiaro aggancio al Ppe e sarebbe guidato da Alfano con dentro tutte le colombe del centrodestra. Secondo i sondaggisti un simile partito potrebbe raccogliere tra il 10% e il 15% dei consensi. Dall’altro, la “nuova” Forza Italia, che raccoglierebbe tutti i “falchi” berlusconiani e potrebbe essere guidata da Marina Berlusconi, l’unica in grado di raccogliere il testimone e garantire i duri e puri Fantapolitica? Per tutto il giorno circolava la voce di una possibile marcia indietro del Cavaliere che, messo alle strette dal rischio di una scissione, sarebbe costretto a fare buon viso a cattivo gioco. E invece, in serata, al termine di un drammatico vertice con i big del partito, arriva la conferma della linea dura: «Il Pdl voti la sfiducia al governo». Ma a tirare dritto è anche Enrico Letta, che in serata annuncia di aver «respinto» le dimissioni presentate dai ministri Pdl. Una mossa che gli permetterà oggi di presentarsi in Senato con un governo non mutilato. Il giorno che segna il riscatto di Angelino Alfano, che secondo Berlusconi non aveva il “quid”, comincia prestissimo e va avanti fino a sera con una no- stop tra Palazzo Chigi e palazzo Grazioli. Il faccia a faccia decisivo è quello che va in scena all’ora di pranzo nella residenza romana del Cavaliere. «Se togliamo la fiducia a Letta me ne vado» avverte Alfano, pronto a intestarsi il “parricidio” e a guidare i dissidenti verso una nuova avventura. A quel punto, Berlusconi si sente con le spalle al muro e chiede a Gianni Letta di tentare un’ultima, disperata, mediazione con il premier Enrico Letta. La proposta è semplice: niente voto di fiducia (per non rischiare di spaccare il Pdl) e un messaggio chiaro del presidente del Consiglio sull’irretroattività delle legge Severino per evitare l’immediata decadenza. Zio e nipote si ritrovano nello stesso palazzo per quasi un’ora ma la proposta viene rispedita al mittente. «Il governo, nella pienezza dei suoi poteri, porrà la questione di fiducia e ribadirà la netta e totale separazione tra le vicende che riguardano il governo e le procedure in corso nella giunta delle Autorizzazioni del Senato» taglia corto il ministro per i Rapporti con il Parlamento Dario Franceschini. Poco dopo, si fa vivo Carlo Giovanardi per dire che i numeri per formare un gruppo di dissidenti Pdl che votino la fiducia ci sono: «Abbiamo i numeri, siamo anche più di 40 e siamo fermi nel voler mantenere l’equilibrio di governo». Un doccia fredda per Berlusconi, che torna immediatamente ad essere “falco”. Nel giro di qualche minuto si sparge la voce che Marina Berlusconi potrebbe scendere in campo contro i «traditori» ed essere la leader della nuova Forza Italia. E poco dopo le agenzie danno conto di una lettera di Berlusconi al settimanale Tempi nella quale il Cavaliere dice che Napolitano e Letta sono «inaffidabili» perché non gli hanno garantito l’agibilità politica, il governo è a lui «ostile» e dunque è «necessario» tornare al voto. Una lettera scritta nei giorni scorsi, certo, ma resta il fatto che il file è stato inviato ieri poco dopo le 15 al direttore di Tempi. I parlamentari del Pdl entrano in fibrillazione e a Montecitorio la scissione si dà per certa. Ma Berlusconi non è affatto intenzionato a gettare la spugna e convoca un nuovo vertice a palazzo Grazioli per decidere se mantenere il punto e arrivare allo strappo dentro al partito o fare un passo indietro. Al vertice non partecipa Alfano, che resta chiuso nel suo ufficio di Palazzo Chigi con i ministri del Pdl. Il tempo passa ma da palazzo Grazioli non arrivano segnali. Poi, in serata, dal quartier generale del Cavaliere arriva la decisione: si voti la sfiducia e si vada alla conta dei «traditori».

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