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Data: 02/10/2013
Testata giornalistica: Il Messaggero
La disoccupazione giovanile sfonda il 40%. Mai nell’Italia del dopoguerra si era raggiunto un dato così drammatico. L’anomalia italiana: al lavoro soltanto un ragazzo su cinque

ROMA Mai si era arrivati a una cifra così alta. Mai così tanti giovani nell’Italia industrializzata si erano trovati di fronte una tale difficoltà a entrare nel mercato del lavoro: zero opportunità, centinaia e centinaia di porte chiuse in faccia e di speranze svanite. La disoccupazione giovanile è arrivata ad agosto alla cifra stratosferica del 40,1%. Un record assoluto, da quando l’Istat ha iniziato a fare le sue rilevazioni mensili (2004) e trimestrali (1977). Rispetto al mese precedente c’è stato un balzo dello 0,4%, rispetto ad agosto del 2012 l’aumento è stato di ben 5,5 punti percentuali. Dopo due mesi di stop, anche il tasso di disoccupazione generale ha ripreso a correre: siamo al 12,2%, 0,1 punti in più rispetto a luglio, 1 punto e mezzo in più su base annua. Gli under 24 in cerca di lavoro sono 667.000. In totale i disoccupati sono tre milioni e 127.000, in un mese sono aumentati di 42.000 unità (+1,4%), in un anno di ben 395.000 (+14,5%). Si mantiene ai minimi, invece, il tasso di occupazione, fermo ormai da cinque mesi al 55,8%, il livello più basso, in questo caso, da 36 anni.
Un trend negativo che non si riesce fermare e che non può che lasciare esterrefatti tutti gli osservatori. Sindacati, ma anche imprese. Il leader di Confindustria, Giorgio Squinzi, parla di «situazione drammatica». E aggiunge: «Se non si crea la crescita, se non si crea il lavoro non si possono fare assunzioni». Un ragionamento che i sindacati - prova ne è il «patto di Genova» siglato con Confidustria agli inizi di settembre, ma anche il documento unitario Cgil Cisl e Uil firmato proprio l’altro giorno - sposano in pieno. Dice Luigi Angeletti, segretario generale Uil: «Non ci sono scorciatoie: se bastasse una legge per far scendere la disoccupazione sarebbe tutto facile. E invece il problema è quello di far crescere le imprese riducendo le tasse». Le vicende politiche, il clima da continua campagna elettorale, non aiutano. Serve «un sussulto di responsabilità» esorta Raffaele Bonanni, numero uno Cisl. Meno sorpreso dai nuovi record il ministro del Welfare, Enrico Giovannini. Che parla si di dati «pessimi», ma spiega l’aumento dei disoccupati con il ritorno alla ricerca attiva di un lavoro da parte dei cosiddetti «scoraggiati».
RIPRENDERE A CRESCERE

Ritornare a far marciare la nostra economia resta quindi l’imperativo categorico. Serve però una cura drastica. Dall’inizio della crisi ad oggi abbiamo lasciato sul terreno circa l’8% del Pil. I posti di lavoro sfumati, secondo i calcoli del Cnel, sono stati 750.000. Negli ultimi quattro anni le persone in circa di lavoro sono aumentate di due milioni (una cifra alla quale il Cnel arriva aggiungendo anche i cassintegrati e i part time involontari). Per ritornare a un tasso di disoccupazione all’8% entro il 2020, dovremmo crescere del 2% all’anno. «Un target non eccezionale», ma ora come ora «non alla portata del nostro sistema» osservano al Cnel. Insomma, alla pari di una sorta di miraggio.
Intanto, come abbiamo visto, a pagare il conto più salato di questa crisi, sono stati i giovani. Sempre il Cnel ricorda gli oltre due milioni e 250.000 ragazzi (in questo caso la fascia d’età presa in considerazione arriva fino a 29 anni) cosiddetti neet (not in employment and training) ovvero coloro che non studiano più e nemmeno lavorano. La chiamano «la generazione perduta» e una società davvero civile dovrebbe fare di tutto per recuperarli.
PRECARIETÀ IN AUMENTO

I ”fortunati” al massimo hanno ottenuto un contrattino precario, di pochi mesi, spesso con qualifiche inferiori rispetto al titolo di studio e malpagati. Anche gli ultimissimi dati del ministero del Lavoro (diffusi proprio ieri) sulle assunzioni effettuate nel secondo trimestre 2013 lo confermano: quasi il 70% di nuovi contratti è a termine (1.741.748 unità su oltre 2,5 milioni), i contratti a tempo indeterminato (386.142 unità) sono stati appena il 15,4%, mentre il 5,9% di comunicazioni obbligatorie all’Inps ha riguardato contratti di collaborazione (149.259 unità). Nonostante gli incentivi, continua a non decollare l’apprendistato: tra aprile e giugno scorso sono stati attivati solo 67.952 contratti di apprendistato, il 2,7% delle nuove assunzioni.

L’anomalia italiana: al lavoro soltanto un ragazzo su cinque

ROMA Alessandro D’Arcangeli studia Ingegneria Energetica (gli mancano 10 esami), e lavora in un bar di Vitorchiano con un contratto di apprendistato. Ma aspetta che lo licenzino da un momento all’altro perché gli hanno chiesto di fare un orario spezzato che gli impedirebbe di continuare a studiare e di seguire i suoi hobby: il canto e gli amici. La cosa non gli va. Così anche lui rischia di andare a ingrossare le file di quei giovani entro i 25 anni che sono disoccupati. Oltre il 40%, ci dice l’Istat. Un numero enorme, ma che nasconde una realtà ben nota: sono pochi i giovani italiani che lavorano (poco più del 18%), o che cercano un’occupazione. Da noi non c’è la tradizione di avvicinarsi al lavoro fin dall’adolescenza e il caso di Alessandro, che invece tenta di conciliare lavoro e studio, è abbastanza raro. Tanto che se si trascura il ”tasso di disoccupazione”, per vedere quanti sono effettivamente i disoccupati rispetto al totale della popolazione, si scopre che i giovani disoccupati italiani sono solo l’11% rispetto a tutti i loro coetanei, circa 667 mila. Meno degli inglesi (il 12,4%, ma a fronte di un 47% che lavora), e molto meno di spagnoli (16%), greci (16%) e Irlandesi (oltre il 12%). Molti di più però della Germania, dove il 46,6% dei giovani lavora ed è disoccupato solo il 4%. Ma in Germania c’è una tradizione di scuole di formazione professionale di ottimo livello.
O IL LAVORO O LO STUDIO?
«E’ chiaro che c’è stato un peggioramento del dato dovuto alla crisi, ma non è quello che preoccupa - dice il professor Giuseppe Bertagna, professore all’Università di Bergamo, grande esperto di pedagogia e formazione - Quello che preoccupa di più è che in Italia tutti i ragazzi a 15-16 anni hanno imparato che chi studia non lavora, e chi lavora non è capace di studiare». La grande divaricazione tra lavoro intellettuale e lavoro manuale sembra il maggior dramma del nostro mercato del lavoro. «I lavoratori italiani sono fuori dalla formazione - insiste Bertagna - Noi spendiamo tanto tempo ed energie per orientare le persone dopo che hanno studiato. Invece la scuola dovrebbe formare l’individuo prima, anche attraverso l’esperienza di un lavoro». E quell’individuo, lasciato un lavoro dovrebbe avere le capacità e le competenze per reinventarsi. «Come fecero gli operai di Fabriano negli anni 60, quando furono licenziati dalle loro aziende e crearono il polo degli elettrodomestici», racconta Bertagna. Allora in Italia funzionava la mobilità sociale che invece ora è bassissima.
NEET
Ma questo non dovrebbe essere un problema per uno come Alessandro, che ha sempre lavorato e studiato. Piuttosto, ben più grave è che la nostra scuola non consideri lavoro e studio come attività profondamente legate. E che molti ragazzi italiani lascino i libri senza essere accompagnati nella formazione: tra i 15 e i 29 anni uno su quattro (il 23,9%, con punte del 35% al Sud) non studia e non lavora. Sono 2 milioni e 250 mila i Neet (not in employment, education or training), una fetta molto più alta di quei 667mila ”tecnicamente” disoccupati. E decisamente più preoccupanti, proprio perché di loro non ci si preoccupa.

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