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Pescara, 24/03/2026
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Data: 02/10/2013
Testata giornalistica: Il Messaggero
No di Cdp, fumata nera su Alitalia. Va male il summit da Letta con banche e fornitori. Rischio default più vicino

ROMA Non si è aperto il paracadute per Alitalia. Almeno per ora. Così al termine di un drammatico vertice a Palazzo Chigi il rischio default appare più vicino. Eppure Enrico Letta, che ha voluto affrontare il dossier nel momento più critico del suo governo, ce l’ha messa tutta per convincere le parti in causa. Banche, fornitori e azionisti, riuniti intorno al tavolo per disegnare il futuro. E ci era quasi riuscito fino a quando non ha coinvolto la Cassa Depositi e prestiti, convocata in fretta e furia al super vertice. Pedina necessaria, a giudizio non solo degli istituti di credito, per dare credibilità e sostegno finanziario al piano messo a punto dall’ad di Alitalia Gabriele Del Torchio. Ma il no di Franco Bassanini e Giovanni Gorno-Tempini ha gelato la riunione. Del resto presidente e ad della Cassa non hanno fatto altro che ricordare a Letta che non possono intervenire in società in perdita, come Alitalia, e che per cambiare lo statuto ci vuole l’ok dell’assemblea. Nonostante il pressing garbato del presidente del Consiglio (pronto anche a varare un decreto ad hoc) i due sono stati irremovibili: «Non possiamo entrare nel capitale, non se ne parla, ci dispiace». Senza un’operazione di sistema, senza il coinvolgimento di Cdp, anche Intesa e Unicredit, hanno preferito fare marcia indietro. Le due banche, insieme a Mps e Popolare di Sondrio, avevano dato una disponibilità di massima a mettere mano al portafoglio (in ballo ci sono 250 milioni) solo se tutti, anche lo Stato cioè, fosse entrato nella partita.
OPERAZIONE DI SISTEMA

Sulla stessa linea i principali fornitori di Alitalia, Eni e Adr, chiamati dal premier al summit per cercare di comporre il puzzle del salvataggio. In gioco anche qui ci sono svariati milioni: circa 12O, secondo fonti aeroportuali, i crediti vantati nei confronti di Alitalia, meno di 30 quelli del Cane a sei zampe. Soldi che al momento la compagnia non ha. Eni e Adr, così come Intesa e Unicredit, non hanno comunque chiuso la porta ad una soluzione in extremis. Per questo Letta ha aggiornato la riunione alla prossima settimana. Come anticipato dal Messaggero, il presidente del Consiglio ha convocato il vertice per trovare una soluzione ponte e dare ossigeno Alitalia. In cassa, come noto, ci sono poco più di 8 milioni, e senza la ricapitalizzazione, che dovrebbe essere varata il 14 ottobre, il destino appare segnato. Ieri tutti gli attori in campo, dai vertici di Adr (Fabrizio Palenzona) a quelli di Alitalia (Roberto Colaninno e Gabriele del Torchio), ai rappresentanti di Intesa (Gaetano Miccichè), di Unicredit (Federico Ghizzoni) e di Atlantia (Giovanni Castellucci), così come gli uomini dell’Eni e della Sace, hanno tentato di individuare una via d’uscita. Consapevoli che il conto alla rovescia è iniziato. Letta ha ricordato che a rischio ci sono gli stipendi di 14 mila dipendenti, non solo gli investimenti degli azionisti. Intanto AirFrance è alla finestra. Parigi è pronta a prendersi la compagnia italiana a prezzi da saldi. E se non ci saranno sorprese ce la farà.

Piano da 590 milioni per tenere in piedi la compagnia

ROMA Sos Alitalia: servono 590 milioni al più presto, la cassa è sostanzialmente finita. Il piano predisposto da Leonardo & co, advisor della compagnia, è una terapia d’urto più salata del previsto. E’ imperniata su un salvataggio di sistema perchè coinvolge soci, banche, fornitori e stakeholder. Il team di Leonardo guidato da Matteo Manfredi ne ha discusso nella serata di lunedì a Milano presso la propria sede con i rappresentanti delle principali banche: Unicredit, Intesa Sanpaolo, Mps, Popolare di Sondrio. L’advisor ha voluto anticipare alle banche la proposta-choc, per tastare il terreno della loro disponibilità a intervenire nella soluzione-ponte organizzata dal governo per evitare il default. E già l’altra sera, gli istituti hanno fatto le obiezioni ribadite ieri da Federico Ghizzoni, ad di Unicredit e Gaetano Miccichè, dg corporate di Intesa Sanpaolo: siamo disponibili a condizione, che tutti facciano la loro parte.
CONDIZIONI PEGGIORATE
La situazione di salute di Alitalia è peggiorata, il fabbisogno finanziario è cresciuto di 150 milioni. L’operazione punta su una forte azione governativa di moral suasion e di coordinamento degli interventi. La richiesta dei 590 milioni è ripartita fra tre classi: azionisti, banche, stakeholders. Questi ultimi a loro volta, suddivisi fra società a partecipazione pubblica (Cdp-Fsi, Sace) e fornitori.
Ai soci viene confermata la richiesta di 150 milioni in aumento di capitale: si tratta della stessa somma decisa dall’ultimo consiglio (ai 100 nuovi si aggiungono 55 del bond non ancora messi). Per definirne i termini ci sarebbe un altro cda domani. E’ possibile però, vista la fumata nera, che il board venga rinviato. Le banche dovrebbero concedere 230 milioni freschi. I fornitori, tra cui l’Eni, vengono coinvolti con forme di ottimizzazioni, tipo allungamento dei tempi di pagamento e sconti per un controvalore di 100-150 milioni. Il resto proviene da dismissioni di asset. L’intervento di Cdp-Fsi sarebbe dovuto rientrare all’interno della quota di soci: Giovanni Gorno Tempini, però, ha detto che per statuto l’operazione non è possibile. E neanche una modifica dello statuto ad hoc sarebbe possibile, visto che le fondazioni, socie con il 20%, non ne vogliono sapere.

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