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Pescara, 18/03/2026
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Data: 03/10/2013
Testata giornalistica: Il Centro
Cicchitto lancia Alfano nuovo leader. Pdl, i dissidenti al lavoro per formare i gruppi autonomi. Schifani pronto a entrare nel nuovo partito moderato. L’ultimo colpo di teatro del Cavaliere sconfitto

ROMA E ora? Gruppi autonomi o marcia indietro? Silvio Berlusconi a tarda sera convoca Angelino Alfano per scongiurare la definitiva sconfitta del Pdl: la nascita di gruppi autonomi alla Camera e al Senato. Alle 22 i «dissidenti» sono ancora indecisi sul da farsi. Alfano, il segretario, il delfino che il Cavaliere era convinto di poter dirigere per sempre perchè privo di «quid» ovvero del carisma che trasforma un dirigente politico in leader, pensa ancora di potre scalare il partito. Per questo il vicepremier non ha fretta. I gruppi si faranno, i numeri ci sono, ma non subito, dice ai ministri e ai parlamentari che sono usciti allo scoperto. «Li faremo alla prima occasione, appena Berlusconi ricomincerà con gli aut aut, per esempio in occasione del voto sulla decadenza». Alfano non convince tutti. Fabrizio Cicchitto alla Camera ha rotto gli indugi, come Roberto Formigoni. «Parlo a nome di venti deputati e venti senatori» premette l’ex capogruppo stremato dalla giornata. «Prima 12, poi 24, 26 e poi sì e no, queste sono cronache da ospedale neuropsichiatrico non da partito politico, io non sono sereno se questo è il clima quale ricomposizione», dice Cicchitto. Ma la linea dell’ex capogruppo per ora non è maggioritaria. Del resto in favore di Alfano e dell’attendismo c’è il fattore Schifani. E sì perchè il vice premier è convinto che da adesso in poi il fattore quid sarà attrattivo persino nei confronti di chi finora è stato tra i fedelissimi. Falchi o colombe che siano state. Soprattutto dopo lo strappo del capogruppo al Senato. Ieri infatti Renato Schifani, poco prima di intervenire al Senato, ha confermato al Cavaliere di essere pronto a aderire al nuovo gruppo «Popolare» di Alfano. «Io non sono d’accordo a non votare la fiducia al governo» ha detto Schifani a un allibito Berlusconi, «Se vuoi, come mi chiedi, interverrò a nome tuo ma dopo ma dopo, a votazione finita, io aderirò al gruppo di Alfano». E’ stata questa la vera molla che ha spinto Berlusconi a prendere la parola a palazzo Madama dando vita all’ultima svolta, quella di votare a favore della fiducia a Letta. Non solo l’esibizione della «lista» fatta in favore di telecamera da Gaetano Quaglieriello, il ministro delle Riforme, il primo tra le «colombe» a essere uscito allo scoperto contro la linea estremista da «Lotta continua» imboccata dal Pdl. 23 firme pesanti che hanno confermato a Berlusconi che con il suo consenso o meno il governo avrebbe avuto la fiducia del Senato. «Aveva ragione Popper, la storia è dominata dalle conseguenze non volute» dice ora Quagliariello negando di aver voluto intenzionalmente mostrare i numeri del dissenso Pdl tra i senatori. «Ero semplicemente distratto, è avvenuto tutto senza ambiguità, avevamo detto a Berlusconi il motivo per cui non eravamo d’accordo e su questo abbiamo registrato poi un consenso nel nostro gruppo», spiega Quagliariello. Lo strappo comunque non sarà ricomponibile. E la retromarcia del Cavaliere è solo tattica. Il gruppo Popolare nascerà presto alla Camera come al Senato e sarà all’insegna di Alfano. «Un leader con una linea vincente» per dirla con l’anziano Cicchitto.


L’ultimo colpo di teatro del Cavaliere sconfitto

Era arrivato a Palazzo Madama spalleggiato dai falchi e deciso a sfiduciare Letta I febbrili conteggi con Verdini, poi la presa d’atto: il partito non era più con lui

ROMA La drammatica farsa della "retromarcia su Roma" inizia alle 9 di una mattinata romana soleggiata. Da un nugolo di auto blindate spunta fuori Silvio Berlusconi. Pochi passi per varcare il portone di palazzo Madama, sede di quel Senato dove sta per scoccare l'ora X. E' scuro in volto, soprattutto perché concentrato sulle idee che lo stanno tormentando. La notte prima ha avuto da Angelino Alfano la parola definitiva: «Mi dispiace Silvio, ma voglio evitare un errore che pagheremmo caro, tu per primo». Il delfino tanto coccolato stavolta fa sul serio. Non sente ragioni, né minacce. Voterà la fiducia al governo, e con lui molti senatori, decisivi. Il Cavaliere viene subito circondato dai falchi. Denis Verdini lo rassicura, minimizzando il numero dei senatori dissidenti: «Una decina, massimo quindici, alcuni dei quali ancora incerti». Berlusconi confabula con Renato Schifani, la decisione è nell'aria: riunione generale dei senatori e fine dei giochi. Va nell'aula del gruppo Pdl per «fissarli negli occhi uno a uno», come dicono i suoi. Ma la prima sorpresa non è delle migliori: presenti solo 60 su 90. Renato Schifani bisbiglia al Cavaliere che circola un documento di 23 senatori Pdl che voterebbero la fiducia, firmato da Maurizio Sacconi. Berlusconi è visibilmente indeciso. «Ho i miei dubbi sul voto di sfiducia, tutti, da Confindustria a Confartigianato, dalle categorie ai sindacati, tutti mi chiedono: non è che finiamo nel baratro?». Ma quando vede il documento dei 23 e gli viene riferito che Dario Franceschini parla di una nuova maggioranza, il sangue gli ribolle e chiude i discorsi. Il gruppo vota «all'u-na-ni-mi-tà», come scandisce trionfante Renato Brunetta, per il no alla fiducia. Ed è lì che inizia la disfatta di un Berlusconi che qualcuno dice di trovare disorientato, «per la prima volta da quando lo conosco». I corrieri, trafelati, gli paventano il rischio che i sì a Letta potrebbero diventare 30. «Si sono spostati tutti i calabresi», confida rabbioso Verdini. Ma anche i siciliani sbandano, fomentati dal sottosegretario Giuseppe Castiglione, fedelissimo di Alfano. Berlusconi intuisce il pericolo dell'effetto valanga e dell'isolamento. Cerca Alfano per telefono, ma non risponde. Poi si attiva Paolo Romani, uomo Fininvest della prima ora. A un certo punto, nel caos più completo, Berlusconi, Alfano e Romani vengono intercettati mentre entrano nello studio riservato al presidente del consiglio, unica stanza vuota in quel momento. Breve, misteriosa riunione. Ma decisiva, perché da lì Berlusconi esce annunciando: «Votiamo la fiducia». A Verdini spuntano le lacrime agli occhi: «Nooo, se lo fai, siamo morti». Gli occhi lucidi vengono anche a Maurizio Sacconi, la super-colomba, ma per la contentezza. A quel punto Berlusconi si convince che non può nascondersi, deve prendere il timone di una nave che va per una rotta decisa da altri. «Ormai è diventato diversamente alfaniano», è la battuta che circola nel Transatlantico del Senato. Serio, compunto, il Cavaliere prende la prola in aula: «Abbiamo deciso, non senza travaglio interno…». Un discorso brevissimo, quasi un dispaccio militare. L'uomo è stremato. «Voglio tornare a Milano a staccare un po'», dice alla senatrice Maria Rosaria Rossi. Pierferdinando Casini lo saluta con l'affetto di un crotalo che inghiotte la preda. «Si è invecchiato - commenta Pierferdy - ma non rincoglionito». Né sono teneri con Berlusconi i senatori sudisti del Pdl, che fanno capannello davanti alla buvette. Discutono del gruppo da costituire, indipendentemente dal ricompattamento sulla fiducia. Uno di loro sussurra: «Al paese mio tra i cacciatori c'è un detto: il cinghiale ferito va finito, sennò è pericoloso». Un Berlusconi avvilito, confuso sulla bontà della scelta che ha fatto, abbandona l'aula e informa i suoi che vuole fare un salto a Montecitorio per capire come butta sulla formazione di un gruppo autonomo anche lì, guidato da Fabrizio Cicchitto. «Bisogna convincere i dissidenti a ripensarci», dice. Esce dal Senato e dalle transenne del marciapiede di fronte partono urla e insulti: »Vattene via! Buffone!».

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