ROMA Per rappresentare il suo stato di calamità giudiziaria Silvio Berlusconi ha scelto un’immagine: la sedia della difesa vuota. Non ci saranno dunque altre esibizioni, altre arringhe, altri prìncipi del Foro a gridare le presunte iniquità delle Legge Severino, a elencare le interpretazioni distorte, «la sentenza politica» che forse già oggi sta per essere pronunciata contro il loro cliente eccellente. Non ci sarà quindi Ghedini, escluso anche in quanto parlamentare e neanche Coppi che pure ha curato la cabina di regìa fino a quando non si è deciso la ricusazione dei giudici della giunta.
Dopo la relazione del presidente Dario Stefàno la parola passerà alle parti. E poiché, gli avvocati di Berlusconi - tranne colpi di scena - non ci saranno, parlerà Ulisse Di Giacomo, il primo dei non eletti in Molise. Il suo avvocato Salvatore Di Pardo ha già consegnato una memoria. Gesto forse poco elegante nei confronti del Cav ma necessario per rivendicare il diritto a cotanto scranno.
TUTTO DECISO
È già tutto deciso. Le norme sulla ricusazione degli organi giudiziari non sono applicabili poiché la giunta è un organo parlamentare che opera con procedure di tipo giustiziale. Inoltre, semmai qualcuno avesse pensato di farsi da parte o di fare melina, in base all’art.19 del regolamento, i membri non possono dimettersi. Oggi stesso la Giunta potrebbe dunque deliberare la decadenza di Berlusconi. La maggioranza è la stessa che il 18 settembre scorso respinse la relazione di Augello. La bocciarono 15 dei 23 membri, l’unico voto a favore fu quello dello stesso relatore Andrea Augello. I membri del Pdl quel giorno uscirono per protesta, iniziando la strategia di ricusazione e delegittimazione della Giunta.
«Le procedure verranno applicate con rigore», ha garantito ancora ieri il presidente Stefàno. Alle 9.30, nella Sala Koch di Palazzo Madama, la stessa dove si sono riuniti martedì scorso i diversamente Berlusconiani, il presidente darà il via ai lavori. Dopo la sua relazione inizierà l’udienza pubblica vera e propria. Quindi i 23 senatori-commissari si riuniranno in camera di consiglio per prendere la decisione.
SENZA FRETTA
La vera partita si giocherà però quando la relazione verrà presentata all’assemblea di Palazzo Madama e trasmessa al presidente del Senato Piero Grasso. Il quale a sua volta dovrà convocare la Conferenza dei capigruppo per fissare la seduta nella quale l’Assemblea dovrà votare, a scrutrinio segreto, la proposta della Giunta. «Mi aspetto che con il nuovo clima non ci sia più questa corsa dissennata - lancia un ramoscello d’ulivo Carlo Giovanardi - non c’è più alcun motivo per portare la questione in Aula prima del 19 ottobre quando i giudici di Milano dovranno quantificare le pene accessorie. Si rischierebbe una nuova spaccatura, non ne abbiamo bisogno. Forzare i tempi, dopo aver respinto il parere di autorevoli costituzionalisti come Manzella, Capotosti e Onida, vorrebbe dire far saltare in aria il Senato, Un atto sovversivo, poco meno di una follia».
Lo sfogo di Berlusconi: sentenza politica, non vado
L’attesa dell’ex premier: la Corte europea di certo imporrà la revisione del processoIeri blitz a palazzo Madama per avere garanzie dai suoi senatori sulla loro tenuta
ROMA «E’ una sentenza politica fondata sul nulla! Non sarò in Giunta del Senato, ma abbiamo presentato una memoria difensiva». Parla così l’ex premier mentre, uscendo da Palazzo Madama, viene letteralmente assediato da tv e taccuini. «Sono assolutamente convinto che dalla Corte europea otterrò la revisione del processo e l’annullamento della sentenza», aggiunge scuro in volto. Anche in merito alla profonda e drammatica spaccatura in corso nel suo partito, Berlusconi prova a minimizzare: «Vedo e leggo che si parla di dissapori. Non c’è nulla. Ho parlato per due ore con Alfano (a palazzo Grazioli, ma dopo un altro, ben più drammatico e durissimo incontro notturno, ndr). C’è stato solo qualche contrasto interno. Hanno tanto detto che il nostro è un partito di plastica, senza interlocuzione. Invece abbiamo personalità autonome. Non ho mai amato coloro che sono sempre d’accordo con il Capo, anche quando ero in azienda, perché non sono bravi collaboratori». Del resto, come notano maliziosi forzisti della prima ora, Alfano a Berlusconi dà tutt’ora del lei e lo chiama Dottore, mentre sono e restano pochissime le persone che sono autorizzare al «tu» e al «Silvio»...
NIENTE COLPO DI TEATRO
Il Cavaliere, però, si era affacciato a palazzo Madama non per vedere, come si era pensato in un primo momento, i membri pidellini della Giunta per le Immunità (tra i quali figurano pure gli scissionisti Augello e Giovanardi) al fine di inventarsi qualche coup de theatre da sfoderare oggi in Giunta. Cose “alla Berlusconi” tipo presentarsi lui, in Giunta, all’improvviso, cosa che invece non farà, anche se resterà ad attendere il verdetto a Roma e dovrebbe volare alla volta di Arcore o in serata o, addirittura, solo domani. L’ex premier ha avuto invece colloquio di un’ora e mezza con Schifani, capogruppo dei suoi senatori. Quelli che - a forza di fargli sapere tremebondi e per vie traverse (quasi tutti) o dicendogli in faccia (pochi: tra cui Paolo Romani) che la fiducia al governo Letta andava votata onde evitare ulteriori guai e una scissione devastante – lo hanno deluso, amareggiato, ferito. E, dopo il ”tradimento” del figlio prediletto, Angelino Alfano, e di alcune deputate che Berlusconi ha cresciuto politicamente per un decennio, ieri stava per materializzarsi anche quello di un altro suo (ex) fedelissimo, Renato Schifani.
FINE DI UN VENTENNIO
Non a caso, ben due uomini dell’ex presidente del Senato l’altra notte hanno firmato entrambi il documento degli scissionisti. Una cosa mai vista, dentro l’impero berlusconiano – aziendale prima, politico poi – tanto che lo stesso Cav, sempre ai giornalisti, prova a scherzarci su: «Se è vero che il mio ventennio è finito, vorrà dire che ora mi riposo». La verità è che il Pdl-FI plasmato dal Cav in vent’anni di fatiche sta perdendo pezzo per pezzo, regione per regione, molti dei suoi esponenti e che Alfano e i suoi, in cambio della sospensione dell’annunciata scissione, chiedono, perentori, le teste di Santanché, Verdini, Bondi e pure Sallusti... Un’altra brutta giornata, dunque, quella di ieri, per il Cav, e una settimana drammatica che non è ancora finita. A tarda sera, per risollevarne l’umore, arrivano a Grazioli i suoi fedelissimi. Gli portano in dote le 100 e oltre firme di parlamentari lealisti raccolte dall’organizzatore Denis Verdini, protagonista, secondo l’Huffington Post, di un alterco durissimo con Alfano.