ROMA «Se mi accoltellano, scateno la crisi». Ma siccome Silvio Berlusconi non ha nessun dubbio su quello che chiama «il berlusconicidio» che avverrà in Senato, ieri sera Palazzo Grazioli sembrava un bunker già in piena guerra. Nei colloqui con Alfano, con cui cerca di non rompere ma è sempre più a disagio, il Cavaliere ha parlato così dopo il suo ritorno ieri a Roma in una situazione impazzita: «Vedi Angelino - ha detto il falco Silvio al suo delfino convertito in colomba - il ministro della Giustizia, Cancellieri, dice che l’amnistia vale per tutti ma non per me. Il nostro partner nelle larghe intese, il Pd, ha annunciato che vuole spararmi in faccia senza neppure nascondersi dietro il voto segreto, un’esecuzione sulla pubblica piazza: questo mi stanno facendo. E noi dobbiamo stare al governo insieme a questa gente qui?». Ancora, di fronte alle repliche di Alfano: «Sul governo, scelgo io». E insiste con tutti: «Bisogna votare a marzo».
TARTASSATI
Berlusconi già pregusta una campagna elettorale battendo sul tasto della libertà fiscale. Ma la crisi si può davvero fare? Il primo a chiederselo è proprio Silvio. I falchi lo eccitano alla pugna. Gli alfaniani, a cominciare da Alfano, cercano di minimizzare: «Sono solo sfoghi del momento, ma capisce anche lui che lo strappo non conviene». Berlusconi vuole la crisi, i ministri («Non li ho scelti io», ribadisce) tornano in trincea e mai e poi mai gliela faranno fare. A costo di scatenare una scissione nel segno Alfano, il quale temporeggia ma è pressato da alcuni dei suoi che lo vogliono subito in battaglia, a conquistarsi sul campo il ruolo di leader post-berlusconiano.
«Chi vuole tradire - è l’anatema del Cavaliere - esca subito allo scoperto. Prima del voto sulla decadenza». Perchè lì, nella madre di tutte le battaglie, il Cavaliere vuole sapere chi sono gli amici e chi i «pugnalatori». «Non faremo nessuna scissione, sarebbe un favore alla sinistra», è il messaggio rassicurante della colomba Renato Schifani. Ma sempre lui, il capogruppo al Senato, sul governo vede nero: «Sulla decadenza di Berlusconi, la maggioranza rischia».
ATTACCO AL COLLE
Questo il clima. Nel quale sono saltati tutti i ponti con il Quirinale. Berlusconi si sente «tradito» da Napolitano. Sandro Bondi va all’attacco del presidente: «Le riflessioni e le raccomandazioni del Capo dello Stato sono il metronomo della politica italiana. Francamente, comincio ad avere seri dubbi sull'utilità di questo ruolo esercitato da Napolitano, nella convinzione di guidare dall'alto l'Italia verso l'uscita dalla crisi. Le conseguenze di questo metodo, infatti, non sono affatto incoraggianti». Fine di un idillio. O di un rapporto pieno di ipocrisie tra berlusconismo e dottrina Napolitano. Mentre è la tregua, naturalmente armata, quella che nei tentativi - sempre più improbabili e fino a notte inoltrata - di Berlusconi dovrebbe calare tra Alfano e Fitto. Uno dei big dei lealisti, Ignazio Abrignani, riporta il discorso sul piano dei contenuti generali: «Ma non è assurdo che un provvedimento umanitario e civile, come Napolitano ha definito l’amnistia, non debba essere varato per paura che possa in qualche modo riguardare anche Berlusconi?». E questa è una delle tante critiche che dal versante berlusconiano viene rivolta al governo. Mentre ad Alfano il Cavaliere ha detto: «Coabitare al governo con i miei carnefici sarebbe una plateale condivisione di colpa da parte vostra».
IL PALLOTTOLIERE DI VERDINI
I conti di Verdini in Senato, sugli azzurri pronti alla crisi, tranquillizzano gli anti-governisti. E Denis l’uomo delle missioni impossibili fa coraggio anche al Cavaliere che vuole il finimondo ma non vede una vera alternativa agli attuali assetti: «Lanciamo subito Forza Italia come partito di lotta. Questo governo non è il nostro governo». Gli alfaniani ribattono: «Siamo in larga maggioranza e pronti a fare il gruppo autonomo, se necessario». E ieri erano tutti contenti per l’arrivo nella loro schiera della sottosegretaria Iole Santelli. Intanto il Cavaliere sfoggia con i suoi interlocutori due citazioni. La prima è da Giovannino Guareschi: «Non muoio neanche se mi ammazzano». La seconda è addirittura di Tacito, rappresenta una new entry nel suo repertorio e riassume il suo sentimento sul Pd, sulle larghe intese a rischio e sul «berlusconicidio»: «Fanno il deserto e lo chiamano pace». Ma la pace non c’è proprio più.