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Data: 23/10/2013
Testata giornalistica: Il Messaggero
La Legge di stabilità 2014 - Manovra, battaglia sulle modifiche. Per la previdenza il conto più salato

ROMA Si può migliorare. Nel giorno in cui la legge di stabilità approda in Senato, il governo a più riprese ricorda che il provvedimento non è blindato. «Non è il quinto Vangelo e ci sono grandi margini in Parlamento per intervenire, se l’approccio è costruttivo» dice in mattinata il vicepremier Angelino Alfano. «Il governo crede nel dialogo con le parti sociali e l’iter parlamentare potrà solo migliorare questa legge» fa sapere il ministro delle Infrastrutture e Trasporti, Maurizio Lupi. In serata poi, durante le comunicazioni al Senato in vista del Consiglio europeo di domani, il premier Letta ne difende la struttura: è tale da presentarci alla Ue con i «compiti a casa fatti» e con il diritto a chiedere politiche economiche di crescita e «prospettiva», non solo di sacrifici. Detto ciò Letta ammette: «Ci sono molti miglioramenti da mettere in campo». Purché - stavolta è il ministro ai Rapporti con il Parlamento, Dario Franceschini, a ricordarlo - i saldi restino invariati. «Non è mancato il coraggio, la cosa è molto più concreta: sono mancati i soldi» sottolinea Alfano. È chiaro che sullo sfondo resta il timore, condiviso anche da Confindustria e sindacati, di un assalto alla diligenza.
IL TESTO DEFINITIVO

Il fatto è che, dopo tante polemiche basate su bozze ancora ufficiose (e quindi sempre a rischio smentita), ora che finalmente l’articolato definitivo è stato consegnato al Senato (da dove oggi parte l’iter), escono fuori altre novità. A cominciare dagli effetti finanziari: questa manovra di 12 miliardi di euro nel 2014, ha i numeri più rilevanti nelle maggiori entrate (oltre 7 miliardi) e nelle maggiori spese (quasi 9 miliardi e mezzo). I risparmi si fermano a 4 miliardi e 210 milioni. Alla voce minori entrate (sostanzialmente il taglio del cuneo fiscale) c’è una conferma: 2 miliardi e 645 milioni.
Tuttavia è guardando gli effetti sulle singole voci, che si capisce meglio la portata di alcune misure. Prendiamo il capitolo pensioni. È qui che è caduta con più forza la mannaia del governo per ridurre le spese. Nel solo 2014, la deindicizzazione (parziale per quelle superiori a tre volte il minimo Inps, totale per quelle superiori a sei volte) vale 580 milioni di euro. Che diventano 1 miliardo e 380 milioni nel 2015 e 2 miliardi e 160 milioni nel 2016. Nel triennio quindi si arriva a oltre 4,1 miliardi. «Non va bene perché rappresenta un nuovo taglio a carico dei pensionati» dice Cesare Damiano (Pd), capogruppo commissione Lavoro alla Camera. Secondo i primi calcoli (Spi-Cgil) il ”congelamento“ comporterà una perdita secca per i diretti interessati nel triennio fino a 615 euro.
Il contributo di solidarietà sulle pensioni d’oro (come d’altronde era immaginabile, vista l’esigua platea) vale invece appena 21 milioni di euro per ciascuno degli anni 2014, 2015 e 2016. «È necessario invertire nettamente la rotta e sostenere i redditi e le pensioni più basse» protesta la responsabile lavoro del Pd Cecilia Carmassi.
RISCHIO STANGATA SULLA CASA

E poi c’è il nuovo regime di tassazione della casa. I numeri sono chiari: sull’abitazione principale vecchia Imu e nuova Tasi si equivalgono. L’abolizione dell’Imu comporta minori entrate annuali per 3 miliardi e 764 milioni di euro, l’introduzione della Tasi comporterà maggiori entrate annuali per 3 miliardi e 764 milioni di euro. Un dato che fa saltare sulla sedia il Pdl, che infatti non perde un secondo ad alzare il tono della voce. «I patti con gli elettori sono sacri. Non si può far tornare l’Imu sotto falso nome» tuona il pidiellino Daniele Capezzone, presidente commissione Finanze alla Camera. Tra l’altro, come sottolinea Capezzone, l’equivalenza di gettito si ha con l’aliquota base: «Il guaio è che questa aliquota standard può essere aumentata fino a due volte e mezzo dai Comuni: il rischio stangata è evidentissimo». Lapidario il collega di partito Maurizio Gasparri: «Se resta l’Imu mascherata la bocceremo». Stesso concetto per il falco Raffaele Fitto. Ma anche in casa Pd non mancano le perplessità sulla Tasi. «Dovrà essere cambiata» dice il senatore Federico Fornaro, componente della commissione Finanze, che chiede «per evidenti ragioni di equità e di corretta progressività del tributo» la reintroduzione della franchigia di base e della detrazione per figli di età inferiore ai 26 anni.

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