L’AQUILA Mica i morosi di partito sono solo pidiellini. I guai suoi ce li ha pure il Pd con consiglieri e parlamentari che non pagano le quote mensili, nonostante il regolamento finanziario stabilisca che i versamenti sono tassativi. Niente da fare: la lista nera è proprio quella della Regione dove su sei consiglieri pagano regolarmente soltanto Giovanni D’Amico (non a caso ex assessore al Bilancio nella passata legislatura) e Giuseppe Di Pangrazio che dopo qualche mese di latitanza si è messo quasi in regola. Tutti gli altri morosi: a cominciare dal capogruppo Camillo D’Alessandro, per finire con Giuseppe Di Luca, Marinella Sclocco e Claudio Ruffini che però almeno un po’ di buona volontà l’ha dimostrata iniziando a settembre a pagare una rata da 590 euro, che sullo stipendio da consigliere regionale rappresentano a mala pena il dieci per cento. Morosi però non si nasce, spiega il tesoriere del Pd Emilio Marzetti: «Fino al 2012 i consiglieri regionali pagavano tutti, ma poi, dopo la riduzione dei compensi, hanno cambiato registro». Il taglio degli stipendi i consiglieri lo vogliono quindi scaricare sulle tasche del partito. Un partito in difficoltà finanziaria: è vero che il buco di bilancio è sceso da 436 mila euro a 229 in quattro anni ma le spese sono tante e spesso il Pd è costretto a ricorrere al credito bancario.
A differenza del Pdl che l’elenco dei morosi se lo tiene ben stretto, almeno il Pd la lista delle sue pecore nere l’ha pubblicata sul web. Mettendo alla gogna non solo i consiglieri regionali ma anche i parlamentari dal braccino corto. Se un Camillo D’Alessandro o un Peppino Di Luca dovrebbe pagare 590 euro al mese, la quota del parlamentari è di mille euro, ai quali si aggiunge l’una tantum da 40 mila euro che è possibile versare in comode rate. In comode rate, appunto: il primo a pagare sull’unghia l’una tantum è stato Giovanni Legnini, sottosegretario all’editoria, in regola anche col pagamento delle quote fino al mese di settembre. Mai un ritardo. Chi invece a pagare non ci pensa proprio, o comunque lo fa con mille difficoltà è il deputato teramano Tommaso Ginoble che ha versato le rate mensili di aprile e maggio ma poi più niente. Moroso era anche Yoram Gutgeld che però a ottobre ha saldato tutto, versando ottomila euro tutti insieme anticipando anche la rata di novembre. Puntuali pure le tre donne Vittoria D’Incecco, Stefania Pezzopane e Maria Amato. E lo stesso Antonio Castricone.
Diverso il discorso dell’una tantum, versamento dovuto soltanto dai candidati eletti. E qui Franco Marini, da vero signore, versò subito diecimila euro che non ha mai chiesto indietro nonostante la mancata elezione. Cosa che ha fatto, ma come si può darle torto, Paola Concia che al tempo delle elezioni versò 5 mila euro subito restituite. Legnini è l’unico a pagare subito. Tutti gli altri rateizzano: Castricone è fermo a 25.120,46, Ginoble a 10.000, la Amato a 21.000, Gutgel a 20.000, la D’Incecco a 26 mila, Pezzopane a 24 mila.
Ma adesso il partito batte cassa. Non solo il regolamento finanziario stabilisce che chi non paga è perduto, cioè non potrà essere candidato, ma la stessa commissione regionale di garanzia, qualche giorno fa, ha messo nero su bianco che consiglieri e parlamentari devono mettersi in regola al più presto, sennò sono fuori dalle liste. Appelli e gogna pubblica però fino ad ora non hanno funzionato. La stessa pubblicazione sul sito del partito dell’elenco dei morosi ha provocato qualche lamentela ma nulla più. Nessuno si è affrettato a pagare. «Fuori dalle liste ma anche dalle primarie - spiega Marzetti - Chi non paga non partecipa. Il mio compito è quello di sollecitare i pagamenti, e infatti ho scritto decine di lettere. Sono sicuro che prima delle elezioni pagheranno, ma questo è un fatto etico di cui tutti devono farsi carico. La politica costa ed è importante programmare gli impegni». Ma loro fanno orecchie da mercante.