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Data: 24/10/2013
Testata giornalistica: Il Messaggero
Riforme, agguato dei falchi Pdl ok per quattro voti. Il partito si spacca

ROMA «Qualcuno ha tentato di far cadere il governo. Ma il tentativo è fallito». Laconico il commento della ”colomba“ Roberto Formigoni al voto che ieri al Senato ha visto salvarsi per un soffio da un possibile referendum abrogativo il ddl costituzionale che istituisce il Comitato dei 42 per la riforma della Costituzione, e che ora torna alla Camera per la quarta e ultima lettura. I 218 sì ottenuti a palazzo Madama sono infatti appena 4 in più della soglia dei due terzi sotto la quale la nascita del Comitato formato da 20 senatori e 20 deputati più i presidenti delle commissioni Affari costituzionali delle due Camere, avrebbe potuto essere cancellata da un referendum popolare in base all’articolo 138 della Carta. Articolo che lo stesso ddl in questione modifica parzialmente creando un altro fronte di scontro, tra chi, vedi la dem Anna Finocchiaro, ci legge un «rafforzamento circoscritto e occasionale» delle norme costituzionali e chi, invece, come il leader di Sel, Nichi Vendola, ci legge uno «strappo e una manomissione della Costituzione» o chi - non a caso Beppe Grillo - col solito linguaggio colorito, afferma che la Costituzione viene trattata «come carta igienica».
Tornando al voto e ai suoi risvolti, appare chiarissimo che, oltre ai 58 no dei grillini e di Sel, la pattuglia degli 11 senatori del Pdl astenutisi e dei loro colleghi assenti, si connoti come la punta di lancia di un’imboscata dei falchi azzurri contro il governo, dopo l’assalto sulla fiducia rientrato lo scorso 2 ottobre. In caso di successo, il ministro delle Riforme Quagliariello si sarebbe immediatamente dimesso, aprendo così una difficilmente sanabile crisi di governo. Tre degli astenuti - Augusto Minzolini, Francesco Nitto Palma e Ciro Falanga - hanno espresso in Aula il loro dissenso dal resto del gruppo, con la motivazione di facciata che al pacchetto delle riforme mancava quella sulla giustizia. La spaccatura nel voto e gli assenti alla chiama hanno naturalmente fatto crescere la già alta tensione tra gli azzurri.
SPACCATURA
Particolarmente irritato il capogruppo Schifani per le assenze di Sandro Bondi e della sua compagna Manuela Repetti, di Ghedini, Matteoli e Romani. Un gruppetto di ”lealisti“ ha comunque votato a favore del ddl, consentendo il raggiungimento della soglia dei due terzi, ma questo non pare sia servito a migliorare i rapporti con le colombe, da cui è venuto anche questo commento: «La verità è che per fortuna hanno sbagliato a fare i conti». Uno strappo anche nel gruppo del Pd, con l’assenza al voto di Corradino Mineo, dichiaratamente contrario alla modifica dell’articolo 138.
Ma i motivi di scontro nella una volta quadrata falange del Cavaliere non si sono esauriti ieri nel voto a palazzo Madama. Anche la stessa decadenza del leader pdl da senatore è terreno di divisione. Al ministro Lupi che in un’intervista aveva definito «superata l’equazione decadenza-crisi» dà sulla voce Mariastella Gelmini: «Espellere dal Parlamento una rappresentanza politica e con lei milioni di italiani che hanno votato Berlusconi, senza nemmeno concedere il ricorso alla Consulta, è - sostiene l’ex ministro dell’Istruzione - un fatto gravissimo e lacerante nei rapporti interni alla maggioranza». Quanto a un’eventuale crisi legata alla decadenza del Cavaliere, la Gelmini dice: «Non sta a me annunciarla, ma non si può liquidare un fatto politico molto rilevante come una faccenda personale di Berlusconi». E siccome l’uscita dalla scena parlamentare del Cavaliere sarà sancita da un voto del Senato, altro scontro è quello apertosi ieri tra i capigruppo del Pdl e il presidente di palazzo Madama Pietro Grasso, che da New York si era detto contrario al voto segreto che, «invece di essere davvero un voto di coscienza, potrebbe dipendere piuttosto da interessi diversi». Apriti cielo: «E’ molto grave che il presidente Grasso - tuonava Renato Schifani - ipotizzi il voto palese, contro il regolamento che sul punto è inequivocabile. Incredibile poi il sospetto che i senatori, col voto segreto, possano perseguire interessi diversi rispetto alla propria coscienza. Occorre un chiarimento», concludeva Schifani, mentre il suo omologo di Montecitorio, Renato Brunetta, tacciava il presidente del Senato di «faziosità e insinuazioni gravissime».

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