ROMA Non c’è solo il numero uno di Air France, Alexandre de Juniac, in pressing sul presidente di Alitalia, Roberto Colaninno, e sull’ad Gabriele Del Torchio. Ad aumentare la tensione ci ha pensato Philippe Calavia, deputy chief executive officer del colosso francese, che poco dopo de Juniac, ha inviato a Roma una lettera al veleno nella quale si contesta il piano che in extremis ha evitato il tracollo ad Alitalia e si mette in dubbio la sua capacità di assicurare «continuità aziendale». Critiche durissime anche alle modalità di svolgimento dell’assemblea e degli ultimi cda, in cui le informazioni non sarebbero state condivise con i soci francesi. Forti dubbi e interrogativi poi sul ruolo svolto dalla banche e sul prestito convertibile.
GESTIONE CONFUSA
Nel mirino ci sono i cda dell’11 e del 14 ottobre, «il cui svolgimento sia in termini di sostanza che procedurali è del tutto inaccettabile». L’accusa è di non aver fornito ai soci francesi informazioni sufficienti per potere decidere. Tra l’altro, le poche informazioni avute erano anche «criptiche e fornite solo a voce». Nulla di scritto, poi, nè prima nè dopo le riunioni. Soprattutto - questo il rilievo più grave - nessuna informazione sul piano industriale e su quello finanziario preparato da Banca Leonardo che «noi - si legge nella lettera - abbiamo chiesto più volte». Buio fitto inoltre sulle proiezioni di cassa, decisive per capire la traiettoria della compagnia. Se questa è la premessa, il cuore della lettera è ancora più duro: «La mancanza di comunicazione, di informazione e la disorganizzazione dell’ultimo consiglio hanno avuto come risultato di fuorviare i consiglieri». Parole che sembrano preannunciare un’azione legale. Tant’è che subito Calavia aggiunge: «Abbiamo ricevuto l’avviso di convocazione del cda solo qualche ora prima, in violazione di fondamentali norme di legge e non consentendoci di essere presenti al meeting di persona».
Poi una lunga e dettagliata critica allo svolgimento dell’assemblea straordinaria e delle riunioni connesse. In un crescendo di accuse per «non essere stati coinvolti, non avendo ricevuto nessun documento in italiano o in inglese». Ma a irritare più di ogni altra cosa i soci d’Oltralpe sono soprattutto le condizioni proposte dalle banche per partecipare al piano finanziario. «Proposte - si nota - che furono semplicemente lette, tra l’altro in italiano, senza nemmeno distribuire una copia scritta». E poi «anche le condizioni per la conversione del prestito convertibile sono state discusse senza essere in agenda». Il top manager di Air France se la prende anche con la rete di connessione internet, che troppo spesso è saltata rendendo più complicato partecipare al dibattito in corso. Insomma, un vero disastro. Tra l’altro, rincara il francese, gli ultimi due cda e l’assemblea si sono svolte «senza appropriata preparazione e hanno avuto luogo in parallelo con altri negoziati strumentali alla decisioni da prendere in quegli stessi meeting, tanto che consiglieri e azionisti erano costretti a fare scelte immediate senza poter analizzare i documenti relativi. Tutto nel caos più completo». Invece «tutti i consiglieri avrebbero dovuto essere messi nelle migliori condizioni per partecipare al meeting, capire i temi sul tavolo e partecipare alla relativa discussione. Cosa che non è successa». «Le informazioni - è il rammarico - dovevano essere fornite per tempo a tutti e nello stesso momento e in entrambe le lingue, italiano e inglese. Invece, abbiamo assistito a una ingiustificabile diversità di trattamento, in violazione della legge».
IL REBUS BANCHE
Poi l’affondo. «Nel bel mezzo della notte del 14 ottobre - scrive Calavia - abbiamo scoperto che le banche non avevano confermato il loro consenso a mantenere le linee di credito esistenti e non erano pronte a prendere impegni per concedere alla compagnia ulteriori linee di credito per 200 milioni. Inoltre, non erano nemmeno pronte a mettere in campo il prestito di 100 milioni («bridge to equity», cioè da rimborsare a seguito della ricapitalizzazione), ma solo 65 milioni e con precise condizioni, incluso quella che gli azionisti partecipassero da subito all’aumento di capitale con analogo versamento». Per Calavia è evidente che a questo punto «non è chiaro cosa rimanga di quel piano finanziario e soprattutto quanto a lungo quel piano possa assicurare continuità alla compagnia». Nel mirino anche «la proposta fatta all’assemblea di definire due diversi valori di impresa della società, uno «per l’aumento di capitale e uno per il prestito convertibile», che «è contrario alle condizioni previste dallo stesso bond convertibile, secondo le quali il valore d’impresa deve essere inequivocabilmente lo stesso».
La sfuriata lunga tre pagine chiude con la richiesta di fornire subito tutti i documenti e i verbali delle riunioni e «copia delle proposte sottoposte all’assemblea, riservandoci - è la minaccia - ogni diritto in merito». Infine, Calavia invita i vertici di Alitalia a indicare - sempre per iscritto - le misure che si intende «porre in essere al posto del piano finanziario originario e quali sono i passaggi successivi per garantire la continuità dell’azienda».
Intanto ieri l’amministratore delegato di Unipol-FonSai, Carlo Cimbri, ha dichiarato che il suo gruppo non sottoscriverà l'aumento di capitale da 300 milioni di Alitalia, di cui è azionista con il 4,4%. «Come ho già detto in più occasioni - ha spiegato - la quota in Alitalia non è strategica. L'abbiamo solo ereditata».