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Data: 06/11/2013
Testata giornalistica: Il Messaggero
Letta: l’Imu non si pagherà e il Guardasigilli ha chiarito

ROMA «Non si riesce proprio a stare tranquilli un solo istante. Non c’è pace...». A sera, rientrando a palazzo Chigi, Enrico Letta non ha nascosto il disappunto. Alla Camera il ministro della Giustizia Annamaria Cancellieri aveva appena superato la “prova dell’aula” per il suo intervento nel caso di Giulia Ligresti, e sul governo già si addensavano altri nuvoloni di tempesta. Il primo è per la cancellazione della seconda rata dell’Imu che, a sorpresa, il responsabile dell’Economia Fabrizio Saccomanni da Londra ha definito «non facile». Il secondo è per la legge di stabilità, che il Senato dovrà approvare prima del voto sulla decadenza di Silvio Berlusconi, fissato il 27 novembre mandando su tutte le furie il Cavaliere e mettendo in forte difficoltà l’ala governativa del Pdl guidata da Angelino Alfano.
«FATTA CHIAREZZA»

Ma andiamo con ordine, cominciamo dal ”grattacapo del giorno”. Letta ha chiuso la spinosa pratica, dopo essere stato accanto alla Cancellieri sia al Senato che alla Camera e dopo averle platealmente stretto la mano, con un sospiro di sollievo: «E’ andata bene, Annamaria ha fatto un discorso forte e chiaro. Credo, come hanno detto anche gli esponenti del Pd, che Anna Maria abbia visto riconfermata la fiducia del Parlamento. Un requisito indispensabile per un ruolo delicato come il suo», ha argomentato il premier con i suoi collaboratori.
Letta, insomma, considera il «caso chiuso»: «Avevo chiesto che venissero cancellate le zone d’ombra e che venisse fugato ogni dubbio. Ebbene, la Cancellieri ha spazzato via le zone d’ombra e ha fugato i dubbi. Il suo è stato un intervento squisitamente umanitario senza interferenze o pressioni sui magistrati». Una cosa non da poco: se la Cancellieri avesse dovuto rassegnare le dimissioni, il governo sarebbe stato a un passo dalla crisi. Se non oltre.
Ma ora si riapre l’antica querelle dell’Imu, il cui azzeramento è bandiera programmatica del Pdl. «La condicio sine qua non della nostra presenza in maggioranza», scandisce Alfano, costretto a fare la faccia feroce per non offrire il fianco ai falchi berlusconiani.
Così, vista la situazione, Letta corre a disinnescare la mina rappresentata dalla frase di Saccomanni sulle «difficoltà» di cancellare la rata della tassa sulla prima casa che scade il 16 dicembre. Valore: 2,4 miliardi. «Si tratta di un impegno preso», con il decreto di fine agosto (quello che soppresse definitivamente la rata di giugno inizialmente congelata) e «noi gli impegni li manteniamo», ha fatto sapere Letta. «Certo, l’operazione non sarà facile», aggiunge uno stretto collaboratore del premier, «dovremo fare delle scelte anche dolorose. Ma come promesso i proprietari di prima casa non pagheranno la tassa a dicembre».
IL MENU DI SACCOMANNI

L’idea è quella di chiedere a Saccomanni e al viceministro all’Economia Stefano Fassina di preparare un «menu di proposte». Da presentare non alla ”cabina di regia” che Letta non intende più convocare in quanto «espressione della vecchia pratica degli aut aut e degli ultimatum». Ma in uno dei prossimi Consiglio dei ministri. Poi sarà il governo, nella sua collegialità, a decidere come intervenire per reperire i 2,4 miliardi necessari. Allo studio c’è un prelievo sulle banche che potrebbe rendere dagli 800 milioni al miliardo, ma anche di cancellare l’esenzione per gli agricoltori. Sacrificio che, come spiega il sottosegretario Pier Paolo Baretta, «potrebbe rendere 300 milioni. Ma anche qui le controindicazioni sono numerose». «Tutte le scelte hanno dei pro e dei contro. E, in alcuni casi, i contro sono molto ma molto dolorosi», dice un ministro economico.
Non meno facile è la partita della legge di stabilità che muove i primi passi in Senato, proprio mentre da Bruxelles arrivano brutti dati sulla ripresa economica nel 2014 (lo 0,7% contro l’1,1 stimato dal governo). L’esecutivo è alla prese con proposte di modifiche della maggioranza (specie sul taglio del costo del lavoro) «con grandi idee ma zero coperture». Come è accaduto per la tassa sulle attività italiane di Google: sulla carta doveva rendere «almeno un miliardo», invece a conti fatti si parla di 50-60 milioni. Mentre proprio Baretta ha dovuto stoppare il condono delle cartelle di Equitalia proposto dal Pdl: «Siamo gente seria, noi condoni non ne facciamo».
In tutto questo si innesca la fibrillazione per il voto sulla decadenza di Berlusconi. Anche questo celebrato in Senato. Per capire che aria tira basta leggere la dichiarazione del ”falco” Sandro Bondi: «Il Pd vuole l’aiuto di Silvio sulla legge di stabilità per poi estrometterlo dal Parlamento il giorno dopo». E si racconta che il Cavaliere, nonostante le rassicurazioni date la scorsa notte ad Alfano, sia tentato dall’affondo contro la manovra economica per ”lavare” l’onta della decadenza.
Eppure, ancora ieri, il vicepremier ha rassicurato Letta. Alfano ha garantito di avere i numeri per tenere in piedi il governo e salvare la legge di stabilità anche se Berlusconi decidesse di rompere. E a palazzo Chigi vogliono credere nel prezioso alleato: «Per noi la questione della decadenza si è chiusa il 2 ottobre, quando il governo incassò la famosa fiducia. Da allora il nostro interlocutore è Alfano». Amen.

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