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Data: 06/11/2013
Testata giornalistica: Il Messaggero
Patto Silvio-Alfano sulla manovra «Ma se mi cacciano salta tutto»

ROMA Una cena inutile o quasi, quella di Silvio Berlusconi con Angelino Alfano di lunedì sera, vista la rissa nel Pdl che continua «nonostante» gli appelli del padre fondatore che da giorni si interroga sul perché colombe e falchi «non mi ascoltano». Un segno, seppur negativo, dell’autonomia con la quale ci si muove ormai in un partito composto da correnti l’un contro l’altra armate che hanno continuato a darsele di santa ragione anche dopo l’invito del Cavaliere.
DISTINGUO
Resta il fatto che Alfano, reduce da Arcore con una buona dose di entusiasmo, sembra pronto a riabbracciare il Cavaliere convinto che non chiederà al Pdl di rompere sulla legge di stabilità. Ed è per questo che ieri sera, nella sala delle colonne di palazzo Marini, il segretario ha riunito i suoi per superare i dubbi di chi, come Quagliariello, Formigoni e Lorenzin, teme che il rientro a pieno titolo nel Pdl significhi consegnarsi nelle mani di Denis Verdini. Eppure Alfano è convinto di aver spuntato il diritto ad avere un secondo coordinatore nella futura Forza Italia, «precise garanzie» anche sulla composizione delle liste, e la conferma che in Consiglio Nazionale - da farsi il più tardi possibile - non si procederà ad una conta. La fretta con la quale il Senato ha fissato il voto sulla decadenza rischia però di rompere la tela di mediazione del segretario del Pdl che, novello Penelope, alla sua pattuglia di colombe ha spiegato che occorre far slittare il più possibile il varo della legge di stabilità per far scivolare anche il voto sulla decadenza. Alfano sostiene di essere riuscito a convincere il Cavaliere che non votare la legge di stabilità con le modifiche sulla tassazione sulla casa, sarebbe un autogoal fatto nella porta del proprio elettorato che chiede governabilità, certezze legislativi e fiscali. Senza contare, è stato il ragionamento ripetuto dal segretario del Pdl ieri, che il no sulla manovra, finirebbe col delegittimare il partito sulla scena internazionale. E’ proprio il contesto internazionale, principale supporter del governo insieme al Quirinale, a preoccupare il Cavaliere il quale, come è noto, oltre alla politica ha anche altri interessi.
RINVIO
Ammesso che la legge di stabilità possa considerarsi più o meno in salvo - i lealisti di Raffaele Fitto la pensano diversamente - resta il nodo della decadenza calendarizzata per il 27 del mese. Troppo presto per Berlusconi che vorrebbe si aspettasse la pronuncia della Cassazione presso la quale pende il ricorso presentato contro i due anni di interdizione. L’avvocato Ghedini spera infatti che la Suprema Corte rinvii gli atti alla Corte Costituzionale per avere nuovi motivi per chiedere ancora uno slittamento del voto a palazzo Madama. Mission impossible, per il Pd di Guglielmo Epifani che non intende arrivare al congresso dell’8 dicembre senza aver votato la decadenza. Malgrado gli appelli all’unità, su un punto il Cavaliere non sembra aver cambiato opinione e la conferma è arrivata ieri dall’anticipazione del libro di Vespa nel quale l’ex premier torna di fatto ad appellarsi al Capo dello Stato in attesa di un gesto di clemenza, malgrado lo stesso Giorgio Napolitano abbia spiegato, nella nota di agosto, quanto sia impraticabile la strada prospettata dal Cavaliere. Non c’è dubbio che Berlusconi si stia preparando a compilare la lista di coloro che, a suo giudizio, lo vogliono cacciare dal Parlamento. Per ora nessun nome della colombe figura nell’elenco, ma la chiamata di ieri sera ha il senso di un serrare le fila prima dell’assalto finale da sferrare un secondo prima del voto di palazzo Madama.
RUTELLI
A differenza delle colombe, Berlusconi è infatti convinto di poter addossare agli altri la responsabilità del clima politico che si innescherebbe. Non solo, è certo che il Pd di Matteo Renzi non si presterebbe a lungo nel sostenere un governo che, senza il Pdl o quasi, non avrebbe i numeri per le riforme istituzionali, ma si reggerebbe su un gruppo di novelli ”responsabili”. D’altra parte il rischio di fare la fine di Francesco Rutelli e Walter Veltroni - che prima di correre per la premiership dovettero sostenere rispettivamente i governi di Giuliano Amato e Romano Prodi salvo poi perdere nelle urne - potrebbe spingere il sindaco di Firenze a rompere l’alleanza per arrivare alle urne in primavera. Una prospettiva che allarma le colombe del Pdl, ma al tempo stesso le costringe a giocarsi la partita dentro al partito, magari con le primarie.

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