SCAFA Scafa invasa da un corteo di circa mille lavoratori in sciopero contro la generale crisi del lavoro, dell'occupazione, delle basse retribuzioni, dell'alto cumulo fiscale, della tassazione insopportabile, delle pensioni indignitose. Lo sciopero di quattro ore è stato organizzato a partire dai cancelli dello stabilimento dell'Italcementi, dove è più attuale e stringente la preoccupazione dei lavoratori diperdere definitivamente il posto di lavoro. Ma se non ci fosse stato Scafa, in Val Pescara qualsiasi altro sito sarebbe stato opportuno, a cominciare dalla fabbrica chimica di Bussi sul Tirino, pers cendere alla Italcables di Villareia o dalla Sacci Cementi di Pescara. I lavoratori si sono trovati alle 9,30 all'Italcementi e da qui, dopo una breve coordinazione hanno bloccato la Tiburtina per dirigersi in corteo e con lo sventolio di uno stuolo di bandiere verso il bivio di imbocco del paese, in direzione Pescara, per raggiungere qui, percorrendo la parte inferiore del corso Primo Maggio, la via principale del paese, la piazza del Municipio, piazza Matteotti. Qui hanno alternato interventi lavoratori e sindacalisti delle sigle territoriali Cgil (Massimo Di Giovanni), Cisl (Lucio Girinelli), Uil (Giovanni Panza) e rsu aziendali, per ribadire «la insostenibile condizione sociale in cui si trova il Paese, che reclama interventi seri, mirati e soprattutto celeri in particolare verso il mondo del lavoro nelle industrie e nelle imprese». Parte attiva anche l'amministrazione comunale ed il sindaco Maurizio Giancola che in particolare ci ha tenuto a tornare sulla vertenza ancora aperta del cementificio di Scafa del gruppo Italcementi, che ha annunciato e sostenuto finora nei tavoli di incontro la definitiva chiusura per febbraio 2015. «Andremo avanti a oltranza», ha detto Giancola, «per difendere lo storico cementificio del nostro paese e i posti di lavoro degli operai che sono legati all'Italcementi da oltre quarant'anni. Una industria che è il segno identitario del paese, della sua comunità e dell'intero territorio pedemontano della Majella, dove sono dislocati i siti di estrazione delle materie prime cedudi in concessione mineraria. Oggi siamo scesi in campo insieme a loro», prosegue il sindaco, «affinché l'azienda mantenga in essere il piano di ristrutturazione e riorganizzazione che prevedeva la cassa integrazione fino al gennaio 2015 per il 50% degli addetti, senza fare passi indietro». Per Giancola l'Italcementi dovrà rispettare gli accordi nazionali sottoscritti nel gennaio scorso, accettati dalle parti sociali, contrariamente ai quali oggi la cassa integrazione, che era intesa per ristrutturazione, è diventata per cessazione attività. «Pertanto», continua, «siamo vicini ai lavoratori che oggi hanno scioperato bloccando la Tiburtina per far sentire la propria voce e mantenere alta l'attenzione sulla questione. Ci teniamo a ricordare le nostre dichiarazioni di intenti che nel caso la decisione di chiudere lo stabilimento di Scafa fosse irrevocabile, chiederemo all'Italcementi un impegno formale a rinunciare all'istanza di rinnovo delle concessioni minerarie, in scadenza a giugno 2014, per consentire a nuovi imprenditori la possibilità di investire sul nostro territorio. E' impensabile», conclude Giancola, «accettare l'ipotesi di smantellamento del cementificio, alla luce della considerazione che l'Italcementi è sempre stata considerata una realtà produttiva solida che mai ha sofferto flessioni nei mercati del prodotto stranamente annuciati oggi e prese come motivazioni per la chiusura dello stabilimento di Scafa. In attesa del coordinamento dei sindacati previsto il 21 novembre a Roma, continuerno a monitorare la situazione, dichiarandoci disposti anche a battere i pugni sul tavolo per tutelare i lavoratori».