ROMA Davanti al palazzo dei Congressi, c'è solo una bandiera di Forza Italia e nemmeno sventola. La regge, da seduto, un signore avanti con l'età accompagnato dal sosia di Silvio Berlusconi che, con più foga, mostra delle pagine di vecchi giornali che ritraggono il leader del rinascente partito. Arriva Maurizio Gasparri ed è quasi spaventato dalla ressa dei giornalisti. Si rituffa sul sedile per finire una telefonata. Quando Gasparri riemerge, si forma un capannello ma lui non ha nessuno scoop da dare: «Tutto è stato già spiegato, tutto è stato fatto per evitare la scissione». Stessa linea di Raffaele Fitto che invece di gongolare, come si aspetta qualche cronista, mantiene un basso profilo, e non rilascia dichiarazioni. Sono lontani i fasti del '94, l'impressione è che il diktat sia: niente festeggiamenti a poche ore dall'uscita dei governisti dal partito. Mara Carfagna, in giacca chiara bon ton, passa come una saetta per evitare i flash. Sorride ma non parla. Anche Mariastella Gelmini va molto di fretta e si limita a rispondere con un “no” quando le chiedono se è arrabbiata. Persino Laura Ravetto liquida velocemente le domande. Iva Zanicchi, invece, è più generosa con i flash. Risponde, promuove anche il suo ultimo album, e poi inneggia al Cavaliere: «Se Berlusconi decadrà, rimarrà nostro leader. Io sono un'aquila, guardo tutto dall'alto». Sulla decadenza di Berlusconi insiste Malan: mille ragioni per essere contro. La pasionaria Michaela Biancofiore, viso tirato, torna sulla scissione e dà una stoccata ad Alfano e colombe: «State prendendo in giro gli elettori di centrodestra». Scajola lancia la sfida a Formigoni: «Avrà più militanti lui? Vedremo». Poi litiga con la “iena” Enrico Lucci che gli chiede ancora della casa al Colosseo. Berlusconi si lascia attendere, e l’attenzione si concentra su Daniela Santanché che, sciarpa al collo e occhiali da sole, smorza subito i toni: «Nessuno può essere contento in una situazione del genere». Ci pensano i suoi falchetti a ravvivare l'atmosfera: sono una ventina, e avanzano - le ragazze sui tacchi a spillo - dietro a uno striscione con la scritta “Forza Silvio”. Cercano le telecamere, si mettono in posa, rispondono con sicurezza, ripetono quello che ormai è uno slogan: «Alfano ha tradito». A un certo punto un Angelino arriva per davvero. Si chiama così un pullman da cui scendono dei delegati che ridono per lo sfottò contro il vicepremier. Poi arriva lui, Berlusconi. Si alza il coro: «Silvio, Silvio». Dura pochi secondi. Un minuto dopo l'ex premier 75enne è dentro il palazzo, pronto a iniziare i 90 minuti di discorso che finiranno con quel leggero mancamento diventato presto una delle notizie più cliccate sul web. Fuori restano solo i falchetti: non hanno il pass, non li fanno entrare. Loro scalpitano, alzano la voce: «Ci avete usato e ora ci buttate via. E' così che trattate i giovani?». Intercede Denis Verdini, e i ragazzi sono dentro. ©RIPRODUZIONE RISERVATA
di Nicola Corda wROMA «Sono grato e riconoscente a Silvio Berlusconi che mi ha dato tanto e al quale io nel mio piccolo ho dato tutto». Alla delusione confessata dal capo, Angelino Alfano replica senza rimpianti. E’ l’istantanea del grande addio, un’amicizia ventennale che finisce. «A questa Forza Italia diciamo no, abbiamo fatto la nostra scelta quando abbiamo capito che qualcuno lavorava per buttare giù tutto». Per il capo delle colombe «una scelta dolorosa e amarissima perché è il movimento politico nel quale ho creduto fin dall'inizio, ma la facciamo anche con grande amore per l’Italia». Nessun tradimento, «noi ci troviamo esattamente dove il presidente Berlusconi ci ha portato». Sono passate poche ore dall'operazione nostalgia di Forza Italia ribattezzata al Palazzo dei congressi e tra una selva di flash e telecamere nella sala della Stampa estera, Angelino Alfano fa la prima uscita da leader del Nuovo Centrodestra (Ncd). Non è ancora un partito, per ora solo i gruppi, 30 senatori e 27 deputati i primi aderenti, ma il vicepremier sembra guardare con ottimismo ai mesi davanti, rivendicando il merito di esser stato un segretario del Pdl che nel 2011 ha portato a un milione di iscritti. Con lui ci sono i ministri Gaetano Quagliariello, Beatrice Lorenzin, Nunzia De Girolamo e Maurizio Lupi, il capogruppo al Senato Renato Schifani che ha già lasciato la carica e la gran parte dei sottosegretari, alcuni dei quali però passati dall'altra parte all'ultimo minuto: è il caso di Iole Santelli avvistata a sorpresa al palacongressi dell'Eur. Passaggi di campo già nel conto delle cronache delle prossime settimane, anche alla luce delle ripercussioni sul governo Letta per una separazione destinata a lasciare il segno negli equilibri politici dell'attuale maggioranza. Non abbiamo nessuna forza economica, ammette il vicepremier «ma tanto entusiasmo nella forza delle nostre idee» senza paura per aver lasciato la casa del padre, dice riferendosi alle esperienze di chi in passato ha abbandonato Berlusconi. Questo il senso della scelta di Alfano, che rivendica la decisione di difendere il governo anche di fronte al drammatico showdown del voto sulla decadenza. Un impegno per affrontare una difficile crisi economica e per uscire dal tunnel, per questo «a chi perde il lavoro non possiamo dire buttiamo giù il governo perché così risolviamo le cose» risponde Alfano a chi gli chiede i motivi che hanno portato allo strappo. Ma stare nell'esecutivo non significa che «dobbiamo diventare eurotappetini, sia per ciò che riguarda il rigore dei conti pubblici sia per il tema dell'immigrazione». Il nuovo movimento nato dallo strappo delle colombe, nasce per «fare da scudo a un governo che altrimenti sarebbe di sinistra-sinistra» manda a dire ai falchi che lo accusano di tradimento. Quelli di cui non si fida e che «stavano portando il partito verso il baratro delle elezioni, senza alcuna prospettiva per il Paese, senza la possibilità di candidare Silvio Berlusconi e con la vecchia legge elettorale». Questa la chiave di lettura della rottura che tuttavia per ora non prevede un'uscita di Forza Italia dalla maggioranza. Se ne riparlerà dopo il 27 novembre, data del voto sulla decadenza. Le colombe continuano a sperare: «Siamo convinti che si debba rinviare una decisione ingiusta e daremmo battaglia in parlamento» ribadisce Alfano che mostra gratitudine e affetto per Berlusconi, ma guarda avanti perché «il futuro siamo noi». Un prossimo centrodestra che vede le primarie di coalizione per scegliere il leader, spiega il vicepremier, una piccola provocazione a poche ore dalla rinascita di Forza Italia che con la scissione, ha preso atto che non esiste altro leader al di fuori di Silvio.
Epifani: ora più chiarezza e meno ricatti
Letta fiducioso: il governo non ne risentirà. Ma dal caso Cancellieri alla decadenza, tante mine sul cammino dell’esecutivo
ROMA Nonostante i numeri sicuri diano stabilità al governo, per Enrico Letta comincia ora una durissima corsa a ostacoli. Una prova da far tremare i polsi. La scissione nel Pdl assicura all'esecutivo un margine di poco superiore ai dieci voti al Senato (con i 30 alfaniani, circa 174 sì su una maggioranza necessaria di 161), mentre alla Camera non ci sono problemi. Letta, che non vuole interferire nella resa dei conti nel Pdl, è convinto che dal rimescolamento politico possa scaturire una rivoluzione benefica per la governabilità del Paese. Anche il segretario del Pd Guglielmo Epifani è convinto che la strada dell’esecutivo sia ora più sicura: «Il governo dovrebbe essere nelle condizioni di operare meglio e in maniera più efficace, anche facendola finita con queste fibrillazioni e ricatti, che impedivano al governo di operare al meglio». Ottimismo dal ministro dell'Integrazione Cecile Kyenge: «Ora siamo più compatti, abbiamo un alleato in più e abbiamo più forza per continuare la nostra azione di governo». Per Pier Ferdinando Casini «il governo è ora numericamente più debole ma politicamente più forte». Ma la strada in realtà è lastricata di mine nascoste. Nel breve e nel medio periodo. Martedì, si vota la mozione di sfiducia al ministro Cancellieri, e nel Pd tutti i candidati delle primarie (Renzi, Cuperlo, Civati e Pittella) hanno chiesto che si dimetta. Problema spinosissimo per Letta e Napolitano, che l'hanno difesa a spada tratta. Senza contare l’estrema difficoltà di trovare un sostituto per un posto così delicato come il dicastero della Giustizia. Subito dopo il caso Cancellieri, incombe il voto sulla decadenza di Berlusconi, fissato per mercoledì 27 novembre. Berlusconi che non ha ancora formalmente tolto la fiducia al governo. Ma è certo che dopo quel voto (se non si dimette prima, come alcuni continuano a vociferare), con la prevedibile cacciata del Cavaliere dal Parlamento, il sostegno di Forza Italia non ci sarà più. Probabilmente Berlusconi utilizzerà un pretesto popolare (tasse, economia, euro) per abbandonare Letta e scatenare la macchina elettorale contro i guai addebitati al governo. E qui ci mette lo zampino anche la drammatica crisi economica, che Letta cerca di arginare. Ma è già incappato nella bocciatura della Ue sulla legge di stabilità e c'è l’incognita del passaggio parlamentare della legge. Con i prevedibili agguati dei vari gruppi di interesse per allargare la borsa della spesa pubblica o per colpire nelle tasche l’elettorato degli avversari storici. Con fatica si può arrivare a dicembre, ma lì i problemi possono diventare drammatici. Il giorno 3 la Corte costituzionale con tutta probabilità boccerà il Porcellum, l’attuale legge elettorale e a quel punto i partiti sarebbero obbligati a trovare l'accordo per farne una nuova. Cioè mettere d’accordo Berlusconi, Alfano, il Pd, il centro, Sel, e, perché no, Grillo. Paradossalmente questo problema potrebbe aiutare Letta, perché finché non c’è una nuova legge Napolitano non scioglierà mai le camere. E poi arrivano le primarie del Pd. Matteo Renzi è pronosticato vincitore, e potrebbe essere tentato di accorciare la vita al governo e alla legislatura per cercare gloria nelle urne