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Pescara, 22/03/2026
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Data: 14/12/2013
Testata giornalistica: Il Centro
Intervista a Gianni Chiodi - I cinque anni del govenatore Chiodi «Io non taglio, risano. Ma quante resistenze» Società regionali di trasporto. Chiodi è pronto a firmare la fusione «ma non è la panacea, a me interessa la questione della produttività»

Si votò il 14 dicembre 2008: «Intoppi? Più dalla società civile che dalla politica Elezioni a maggio, ma anche la nostra legge potrebbe essere incostituzionale»

PESCARA Presidente Chiodi, la legislatura finisce oggi, perché l'Abruzzo andrà a votare a maggio? «Secondo lo statuto noi possiamo votare tra dicembre e marzo. Quella norma fu fatta per riprendere il ritmo ordinario delle votazioni e non andare alle urne di nuovo a dicembre, poi è intervenuta la norma della spending review sull'election-day con le elezioni europee alla quale abbiamo ritenuto di aderire. Aggiungo però che stando alle notizie che abbiamo dal comunicato della Corte Costituzionale, dobbiamo aspettare le motivazioni per capire se la nostra legge elettorale è incostituzionale, perché, come tutte le altre regioni abbiamo un premio di maggioranza che non è subordinato ad alcuni limite». Nel caso bisognerà cambiare la legge elettorale con un Consiglio in prorogatio e depotenziato dal punto di vista dell'attività. «La giunta avrà la sua continuità d'azione, mentre il consiglio regionale per evitare che faccia norme finalizzate al momento elettorale avrà un'attività circoscritta alle cose indifferibili e urgenti e la legge elettorale lo è. Ma è una questione molto relativa, tanto che dopo la vicenda Del Turco il consiglio fece una decina di leggi di cui solo due furono impugnate dal governo. Noi impugnammo una legge scandalosa sul riconoscimento ai dipendenti regionali della retribuzione individuale di anzianità che costava 400mila euro. La fecero il 16 novembre, il 14 dicembre si andava al voto». Nessun presidente è riuscito a farsi rieleggere. Perché si ripresenta? «Per portare a termine riforme che definisco epocali, come quella della sanità. Abbiamo fatto in 4 anni quello che altri hanno fatto in 15». Portare a termine quella riforma vuol dire chiudere altri ospedali? «Su quel piano siamo in equilibrio». Ma circola un documento del ministero della Salute in cui si parla di altre chiusure. «Quando ho dovuto ridisegnare la rete ospedaliera il ministero riteneva che con quelle risorse potessimo investire solo su 9 ospedali pubblici, noi ne avevamo 22. Noi abbiamo sostenuto che con 16 saremmo riusciti a coprire il fabbisogno sanitario e raggiungere l'equilibrio dei conti. Quella scommessa l'abbiamo vinta noi». Il ministero però ritiene pericolosi gli ospedali sotto i 120 posti letto. È d'accordo? «Sono d'accordo. Ma quelli li abbiamo riconvertiti in presidi territoriali». Con una forte resistenza da parte dei residenti. «Erano già poco attrattivi. Erano utilizzati solo dal 6% della popolazione del distretto e in gran parte si trattava di ricoveri inappropriati. Ricordo che quando si trattò di riconvertire l'ospedale di Gissi andai da Gaspari e gli dimostrati che quell'ospedale faceva 2 ricoveri e mezzo al giorno con 166 dipendenti» . Qualche ricovero inappropriato sopperiva a carenze della medicina territoriale. «Sì, la Regione aveva trascurato completamente il territorio. E pazienti che avevano bisogno di una lungodegenza venivano ricoverati in ospedali per acuti. La teoria dice che prima bisogna investire sul territorio e poi riconvertire gli ospedali. Ma per investire occorre avere le risorse e noi le avevamo erose per tenere in piedi un modello negativo. Abbiamo deciso di operare simultaneamente disinvestendo sull'ospedalità e investendo sulla territorialità. La cosa di cui mi rammarico è che si parli solo di tagli». Però ce ne sono stati. «Nel 2008 mi hanno regalato un paio di forbici...ma l'equilibrio non è stato raggiunto spendendo meno rispetto al passato. Nel 2008 avevamo a disposizione 2 miliardi 388,5 milioni, nel 2011 il fondo era di 2 miliardi 409,1 milioni. Dov'è il taglio? Abbiamo solo speso in modo diverso. Per esempio prima si spendeva per 5 neurochirurgie, oggi ne abbiamo qualcuna in meno ma abbiamo 5 hospice per malati terminali e tecnologie all’avanguardia». Ma la sanità percepita dagli assistiti sembra peggiorata in termini di efficienza, pensiamo alle liste d'attesa. «La qualità del sistema sanitario passa per l'equilibrio dei conti, perché ti spinge a fare ciò che è meglio in termini di qualità e ti erode scelte di altro genere, più facili, clientelari. La gente però valuta la sanità dalle liste d'attesa, e poi non sa se la Tac che ha usato è di ultima generazione o è di 20 anni fa. Quando erodi privilegi e lussi, chi aveva privilegi e lussi reagisce e manifesta insoddisfazione. Ma non si manifesta soddisfazione perché si apre un hospice». Perché è tanto difficile ridurre le liste d'attesa? «Sulle liste d'attesa ci sono cose che possiamo fare e altre su cui non possiamo intervenire. Possiamo certamente migliorare l'organizzazione, ma sostanzialmente le liste d'attesa dipendono dal fatto che è esplosa la domanda, che in sanità segue l'offerta». Siamo cioè indotti a fare più esami, anche non necessari? «Ciascuno di noi vorrebbe fare certi esami per motivi di prevenzione, ma se tutti facciamo così non c'è sistema in grado di assicurare una risposta efficiente. Noi abbiamo classificato molto attentamente con un decreto le classi di priorità, e chi ha bisogno non deve avere tempi di attesa incompatibili. Ma questo lo decide il medico, che deve barrare casella “urgente”. Chi non ha urgenze può programmare l'esame». A proposito di efficienza, Confindustria considera la Regione talmente inaffidabile da obbligarla ad andare direttamente a Bruxelles per riportare qui i fondi. È così? «Ho letto che il presidente Primavera si lamentava di questo, ma a me non lo ha mai detto. Nelle vie brevi ho ricevuto apprezzamenti per il lavoro che facciamo. Le priorità che loro ci chiedevano, dal risanamento al taglio dei costi della politica al taglio delle tasse le abbiamo fatte. Quanto ai fondi europei noto che non si perdono più. Anzi li abbiamo recuperati. Un altro problema è la qualità della spesa, che si può migliorare. Ma questo non dipende dalla politica. Se la politica ha responsabilità nella fase iniziale della programmazione, la fase esecutiva coinvolge la macchina regionale che ha sua autonomia, ma anche la conflittualità del sistema imprenditoriale. Se per esempio oggi non possiamo rendicontare la spesa per i consorzi fidi è perché tra di loro si sono scannati facendo ricorsi su ricorsi contro la riforma». Parliamo di terremoto, il governatore Errani in Emilia Romagna si è subito posto come interlocutore unico di Roma e ha agito rapidamente, perché lei non ci è riuscito? «Io avevo Bertolaso, cioè avevo una legge diversa sulla Protezione civile. In Emilia la protezione civile con la nuova legge è intervenuta solo nel periodo circoscritto al rischio di vita delle persone». A favore dell’azione di Errani ha forse giocato anche l'omogeneità politica tra lui e gli amministratori locali? «Per lavorare insieme bisogna essere in due e all'Aquila in quel periodo ci furono due momenti di disturbo legati alle elezioni provinciali e comunali. Alcune volte mi chiedo se ho fatto tutto il necessario per riuscire a costruire con Cialente un buon rapporto. Però nel cratere ci sono 56 sindaci e con loro il rapporto è stato ed è ancora oggi cordiale». E all'Aquila cos’è successo? «Credo che lì ci sia stata una scelta deliberata del Pd. Io e Cialente eravamo commissario e vice e lavoravamo insieme senza motivo di contrasto. Poi un giorno Cialente mi dice che si trova in imbarazzo con il suo partito e che si dimette da vice commissario. Da quel momento cambia atteggiamento: da responsabile a rivendicativo». Perché secondo lei? «Era una posizione funzionale alle elezioni aquilane. Però, a parte la politica, mi lasci dire che sono state tre le scelte che hanno condizionato la ricostruzione: sono scelte che rivendico, volute da tutti, anche se forse avrei dovuto dire con più chiarezza che avrebbero allungato i tempi». Quali scelte? «Con gli aquilani pretendemmo che il risarcimento fosse del 100% e non fatto in un modo parametrico. Questo ha comportato una procedura burocratica molto più complessa perché si doveva arrivare a livello di dettaglio. Berlusconi ci avvertì che saremmo caduti nella trappola della burocrazia. La seconda scelta ha riguardato una proposta di Berlusconi che voleva dividere l'Aquila in 20 zone con 20 grandi gare di progettazione internazionale e 20 grandi appalti di progettazione. Noi temevano che la ricchezza conseguita attraverso i fondi pubblici non sarebbe andata a beneficio del territorio e quindi ci opponemmo. Invece di avere 20 progetti ne avemmo 30mila da esaminare. La terza questione ha riguardato l'indennizzo. La legge prevedeva un contributo ai privati. Però in conseguenza di una legge europea, per il contributo che superava il milione di euro i consorzi dovevano fare le gare per il progettista e le imprese. La comunità aquilana voleva libertà di indicare sia il progettista che l'impresa e il contributo fu trasformato in indennizzo. Questo ha permesso che le somme fossero governate dalla comunità aquilana, però è chiaro che ha fatto esplodere la frammentazione e ha fatto concentrare su alcuni operatori, professionisti e imprese, un volume di lavoro per il quale non erano inizialmente preparati. Però, ripeto, sono scelte che rifarei». Presidente, questa è una regione di doppioni: due aeroporti, cinque porti, 99 musei, due sedi di regione, non è un po’ troppo? «Questa è musica per le mie orecchie. Ma per esempio, eliminare la doppia sede regionale in questo momento non è ipotizzabile. Un trasferimento sarebbe un’operazione epocale, e questo non è possibile. Però non è la doppia sede a incidere sui costi, il problema è quello di evitare di pagare gli affitti, perché si tratta di una somma erogata senza patrimonializzare niente, e su questo stiamo lavorando. Per quanto riguarda gli aeroporti, noi ne abbiamo solo uno pubblico ed è quello della Saga a Pescara. L’aeroporto dell'Aquila è di proprietà comunale ma è gestita da un privato. Il vero problema del sistema aeroportuale è un altro ed è rappresentato dalla posizione dell’Unione europea in merito alle attività degli aeroporti, che la Ue ritiene siano di natura commerciale, siano essi pubblici o privati. Di conseguenza gli aeroporti non possono essere destinatari di sostegni qualificati, perché verrebbero visti come aiuti di stato. Questo è un problema di tutti gli aeroporti italiani, e sarà una delle questioni da affrontare a livello governativo ed europeo». Torniamo al governo regionale. Che giudizio dà della sua squadra? Ricordiamo che lei ha perso tre assessori per motivi giudiziari. «La Stati l'ho persa per un errore della Procura. Il gup ha infatti annullato quel provvedimento. Gli errori li possono fare tutti ma è grave che sia avvenuto, perché sono cose che macchiano. Venturoni l'ho perso per vicende che non hanno riguardato la sua attività di assessore e alcune cose si stanno già ridimensionando. Quanto a De Fanis, se le accuse contro di lui fossero confermate sarebbero gravissime». Cosa pensa di Luciano D'Alfonso come suo avversario? «Per me è bene avere un candidato completamente diverso da me. Lui lo è». Ieri su queste pagine D’Alfonso ha sostenuto che il politico, per il bene della comunità, può in via eccezionale forzare le leggi. È d’accordo? «È più ragionevole pensare che per il bene della comunità il politico che fa le norme, essendo legislatore, le faccia in maniera tale che non giustifichino spregiudicatezze o atteggiamenti al limite».

Le infrastrutture. I porti e i corridoi europei, la partita è persa o aperta?

Cna e Confesercenti Abruzzo hanno accusato la Regione di inerzia e ritardo nei confronti delle grandi reti europee. «Si sono svegliati tutti adesso», è il commento di Chiodi, «ma la decisione sui corridoi europei è del 1994 e l'iter è stato completato nel 2005. Delle due l’una: o questi dormono come dormiva la classe politica dell'epoca, o c'è puzza di zolfo. Credo che trattandosi di Confesercenti e Cna, ci sia puzza di zolfo». Ma la partita delle grandi infrastrutture è chiusa? «Partite di questo genere», dice Chiodi, «non sono mai chiuse. Sono indicazioni di lunghissimo termine, in teoria sempre modificabili, ma per modificarle non basta una regione, deve essere una proposta del governo nazionale». Ma qual è il porto industriale d’Abruzzo? «In tutti i nostri atti ufficiali», risponde Chiodi, «il porto industriale è Ortona. Pescara, che è porto nazionale e non regionale, ha più vocazione turistica. Gli altri più che porti sono approdi. Vasto invece ha una sua specificità e può essere messo a sistema con Ortona. Per esempio stiamo ipotizzando con l'ente porto di Taranto una piastra logistica importante in Val di Sangro. Ho sentito la Fiat, e mi hanno detto che se c'è un'offerta alternativa all’attuale la prendono». Infine le società regionali di trasporto. Chiodi è pronto a firmare la fusione «ma non è la panacea, a me interessa la questione della produttività».

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