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Pescara, 15/05/2026
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22/04/2007
Il Messaggero
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«Il tesoretto? Ancora pochi 2,5 miliardi». Epifani: «Spero che a giugno i fondi aumentino. Pensioni e welfare, siamo all'anno zero» |
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ROMA - Un "tesoretto" da dieci miliardi: 7,5 per risanare i conti, 2,5 per welfare, famiglie e imprese. Così almeno vorrebbe ridistribuirlo il governo. A lei, Epifani, piace l'idea o si aspettava qualcosa di diverso e magari di più consistente? «I 2,5 miliardi - risponde il leader della Cgil - sono i soldi che si possono spendere. La mia fondata speranza è che a giugno, cioè quando sarà più chiaro l'andamento dei conti pubblici, le risorse disponibili aumentino. E' chiaro che con questa cifra non si possono però soddisfare tutte le richieste». Sia sincero, lei sperava in qualcosa di più? «Intanto ci sono i soldi per i contratti pubblici in Finanziaria ed è importante. Poi ci sono i soldi per gli investimenti che, tra domani e il varo della Finanziaria, dovranno essere garantiti per completare strade, infrastrutture e trasporti». Questi soldi potranno lenire, se non eliminare, quel malessere sociale che lei ha recentemente denunciato? «Che il malessere sociale ci sia mi sembra appurato. Il calo di consenso del governo mi sembra altrettanto evidente anche per l'esasperata divisione interna. Non lo dicono i sondaggi, ma la realtà che viviamo tutti i giorni. Quando Prodi afferma che i salari sono troppo bassi e c'è troppa ingiustizia nella distribuzione del reddito colgo una conferma a questa mia preoccupazione. Le risorse possono bastare? Dipende. Diciamo che le esigenze sono superiori alle richieste e all'ampiezza dei problemi sociali e tanto più i soldi si spenderanno nella direzione giusta, tanto più si ridurrà l'area di malessere». Un malessere che è conseguenza di una cattiva gestione delle risorse o cos'altro? «Credo sia stato difficile calcolare, prima dell'approvazione della vecchia Finanziaria, quale fosse il quadro effettivo delle entrate. E in pochi scommettevano su una crescita così forte». Come spiega la crescita ? «In tutta Europa all'accelerazione dello sviluppo ha fatto riscontro una crescita delle entrate. E sono salite soprattutto le entrate delle imprese e quelle legate alla lotta all'evasione che adesso comincia a dare frutti». A proposito di imprese, c'è stato questo duello a distanza tra Bertinotti e Confindustria. Il presidente della Camera ha detto che gli industriali italiani sono impresentabili. Lei con chi sta? «Intanto Bertinotti ha affermato di non essere stato interpretato correttamente. Io credo che la grande maggioranza degli imprenditori si sia rimboccata le maniche ed abbia saputo attrezzarsi come stanno a confermare tutti i dati dell'export e dell'andamento economico. In altre parole, quelle imprese che hanno saputo organizzarsi e sono tornate ad investire ora stanno uscendo dalle difficoltà. Anche in quei settori dove sembrava impossibile come il calzaturiero e il tessile. Poi c'è una parte di imprenditori, ma è quella che fa più notizia, che preferisce per comodità andare sui settori protetti, piuttosto che rischiare e investire. Io li ho chiamati imprenditori fannulloni, rovesciando le accuse agli statali. Sono imprenditori che preferiscono guadagnare senza rischiare, che comprano a poco incassando molto». Senta, a palazzo Chigi ci sono tanti tavoli aperti, tra cui quello sulle pensioni. Come sta andando il confronto? «Per la verità siamo all'anno zero. C'era l'impegno del governo ad aumentare le pensioni, ma ancora non abbiamo avviato la discussione. C'era l'idea di superare lo scalone, ma non sappiamo come e quando. C'era la disponibilità ad aiutare i lavoratori precari per costruire pensioni più forti, ma non siamo arrivati a una conclusione. Gli impegni vanno mantenuti». Si chiuderà la trattativa prima del Dpef? «Noi abbiamo tutto l'interesse a chiudere. Siamo in ritardo e rilevo che, da qui a giugno, c'è il 25 aprile, c'è il primo maggio, ci sono le elezioni amministrative». Lei ha partecipato, a Firenze, alla nascita del Partito Democratico.... «Una novità vera rispetto alla quale ci sono interrogativi. Fassino dice che sarà un partito del lavoro, lo dice anche Rutelli, ma perché nasca questo partito è necessario esplicitare che non vi può essere equidistanza tra lavoratori e impresa, che non si contrappongano i lavoratori ai consumatori. Come ci sono interrogativi sull'appartenenza al campo socialista europeo e sulla laicità. Spetterà al processo costituente chiarire questi interrogativi». Ma lei è perplesso o ottimista? «Guardo con attenzione alla novità e con dubbi rispetto allo scioglimento. In ogni caso la Cgil, ma anche Cisl e Uil come tali e nella loro autonomia, sono interlocutori sui temi del lavoro in questo processo come in eventuali altri processi in cantiere». C'è il rischio che la nascita del Pd e le difficoltà al vertice diessino possano far mancare al sindacato un punto di riferimento? «Cgil, Cisl, Uil valgono oltre dieci milioni di voti. Una parte grande di questi voti viene da lavoratori e pensionati. Ora vedremo come faranno a non perderli. E' un altro interrogativo». Nella Cgil che umori ci sono? «Nella Cgil c'è pluralità di opinioni. Uno sceglie l'appartenenza politica con la propria testa. C'è una parte che aderisce, una parte che non aderirà e una parte che si interroga. Tutto questo non tocca l'autonomia e la natura sindacale delle scelte della Cgil».
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