Se sono ricchi sono bravi a non dare troppo nell’occhio. Anzi, a dirla tutta sembrano persino poverelli. A chi volesse leggere gli scarni bilanci di Cgil, Cisl e Uil la realtà apparirebbe proprio questa.
Prendiamo per esempio il primo sindacato italiano, quello guidato da Susanna Camusso. Nel 2012, ultimo bilancio disponibile, dichiara di aver incassato 24,7 milioni, di cui 23,4 milioni per il tesseramento dei suoi iscritti. Sull’ultima riga del bilancio la Cgil è riuscita ad iscrivere anche un piccolo «nero», un utile di 38.454 euro. Una bella fiatata dopo che il bilancio precedente era stato chiuso con un passivo di oltre 800 mila euro. Tanto che lo stesso collegio sindacale ha giudicato ancora «difficile» la situazione dei conti chiedendo uno sforzo per la «riduzione degli oneri che gravano sulla difficile situazione che si è venuta determinando nel corso degli ultimi anni». La barca, insomma, fa acqua. La Cisl, conti ufficiali alla mano, è messa pure peggio. Negli ultimi cinque anni, dal 2008 al 2012, è riuscita a bruciare quasi cinque milioni di euro. Solo l’ultimo rendiconto si è chiuso con un passivo di 1,13 milioni di euro.
Dalle tessere il sindacato guidato da Raffaele Bonanni incassa 19,7 milioni, ma solo per il personale spende ogni anno poco meno di 7 milioni di euro. Chi sembra navigare in acque più tranquille, è invece la Uil. I conti del sindacato guidato da Luigi Angeletti negli ultimi due anni hanno fatto segnare utili complessivi tra i 500 mila e i 600 mila euro, frutto di proventi da tesseramento attorno ai 26 milioni di euro l’anno. Descritti dai loro bilanci, i sindacati assomigliano a piccole imprese che annaspano nella crisi. Ma la realtà è ben diversa.
COME UNA HOLDING
Quelli appena descritti sono i conti delle Confederazioni. Che cosa significa? La «sindacato spa» deve essere immaginata come una holding. In cima alla piramide c’è la capogruppo, la Confederazione. Poi ci sono le federazioni, come per esempio la Fiom, e poi le strutture regionali e provinciali. La ragnatela, insomma, è molto fitta. E complessa. Il problema è che questa sorta di holding non redige un bilancio consolidato, ossia non mette insieme incassi e spese delle federazioni e delle articolazioni territoriali. O meglio, probabilmente esiste pure, ma è un segreto difeso dai tesorieri dei sindacati meglio del terzo segreto di Fatima. «I soldi nei sindacati», spiega Giuliano Cazzola, ex sindacalista della Fiom ed ex deputato del Pdl, «vanno dal basso verso l’alto».
Cosa significa? «Che nelle casse delle Confederazioni», aggiunge l’esperto di questioni previdenziali, «arrivano soltanto pochi spiccioli».
La principale fonte di finanziamento dei sindacati sono le trattenute associative fatte dai datori di lavoro sulle buste paga e dall’Inps sui pensionati. Di quanti soldi si tratta? «Si tratta», spiega ancora Cazzola, «mediamente di 100-120 euro l’anno per un lavoratore dipendente e di 50-60 euro l’anno per un pensionato». A voler fare un calcolo della serva, solo per la Cgil che ha 2,5 milioni di lavoratori iscritti e 3 milioni di pensionati, si tratterebbe di 350-400 milioni di euro. La «ditta», insomma, non sarebbe una piccola impresa ma una vera holding. Si tratta comunque di stime, perché un dato certo al momento non c’è, o se c’è è, come detto, ben custodito.
IL PATRIMONIO
Le stime più recenti, comunque, dicono che il flusso dei soldi che va dall’Inps verso i sindacati per le quote associative è di circa 370 milioni di euro l’anno, ai quali si aggiungono altri 600 milioni dei versamenti delle imprese secondo le stime più prudenti.
A conti fatti, insomma, solo da questa voce i sindacati incasserebbero all’incirca un miliardo di euro. C’è poi il discorso dei «distacchi» e dei permessi sindacali. Secondo una cifra un po’ datata, che risale al 1995, il costo per le casse dello Stato di questa voce ammontava a 200 milioni di euro attuali.
Ma c’è anche un’altra vera ricchezza in mano ai sindacati e della quale si sa molto poco, il patrimonio immobiliare. «I sindacati», dice ancora Cazzola, «sono associazioni di fatto, dunque il loro bilancio non ha rilievo nei confronti dei terzi, chi risponde è il legale rappresentante». Questo significa che «il poderoso patrimonio immobiliare è in mano a società nelle quali le sigle sindacali non figurano tra i soci, ma che sono intestate a persone di fiducia». Un po’ ricorda il modo in cui la Democrazia Cristiana gestiva il suo patrimonio. Ma forse meglio non fare il paragone. Quella storia era finita male, in un’intrigata vicenda di fallimenti e bancarotte di società immobiliari.
«Il patrimonio immobiliare», spiega Cazzola, «ci ha messo decenni a formarsi e consolidarsi. Nel 1969», ricorda l’ex esponente della Fiom, «triplicammo i nostri iscritti e si decise di investire molto in immobili.
Fu così per tutti e ovunque. Ricordo che Bruno Trentin si innamorò di una villa sul Trasimeno».
La villa, per la cronaca, fu acquistata ma ormai da tempo è stata anche venduta. Ma l’amore per il mattone dei sindacati non è diminuito. Si continua a comprare. Se non lo fanno più molto le Confederazioni e le federazioni, lo fanno altre articolazioni delle organizzazioni del lavoro, come i patronati.
L’ultimo bilancio dell’Inas Cisl (71 milioni di euro di proventi, e un utile di 155 mila euro) riporta la decisione di acquistare le sedi di Arezzo, Foligno, Imola, Matera, Pietrasanta, Pontedera e Torino.