ROMA Ancora una volta avvantaggiati i Titoli di Stato (indipendentemente da quanto posseduto) e, in parte, i conti di deposito. Penalizzate tutte le altre forme d’investimento, dai fondi comuni alle azioni passando per polizze Index e Unitedlinked o i sempre più comuni Etf. Il prelievo sui guadagni realizzati con i prodotti finanziari passa infatti dal 20 al 26%, tranne che per il Buoni del Tesoro italiani ed europei, che continueranno a essere tassati al 12,5%, mentre i conti di deposito conserveranno il prelievo del 20%. Per capire il reale impatto basta un esempio. Se un’obbligazione societaria garantisce il 2,5% lordo, una volta sottratto il prelievo del 20%, il guadagno al netto delle tasse scendeva al 2%. Con l’aliquota portata al 26%, invece, il rendimento netto dello stesso titolo sarà pari all’1,86% con una perdita secca, per chi aveva investito in questa obbligazione 10mila euro di capitale, di 14 euro. Se il capitale impiegato è invece più consistente, attorno a 100mila euro, il calo dei rendimenti netti ammonterà a 140 euro, passando da 2mila a 1.860 euro all’anno. Sono esenti, invece, i Buoni fruttiferi postali che hanno mantenuto la tassazione al 12,5%. Discorso a parte per le polizze assicurative che impiegano il patrimonio in obbligazioni di alta qualità e nei Buoni del Tesoro: il rendimento derivante dall’investimento nei Titoli di Stato oggi viene tassata al 12,5%, mentre la restante quota impiegata in altre obbligazioni subisce il prelievo del 20%. Molto critici gli addetti ai lavori: «Forse non ci si è accorti che le rendite finanziarie sono state negli ultimi anni alzate direttamente o indirettamente già diverse volte», spiega Gianluca Verzelli, vicedirettore di Banca Akros. Nel 2013 l’imposta sui redditi di natura finanziaria e sulle plusvalenze ha generato un gettito di quasi 11 miliardi di euro, in robusto aumento rispetto ai 9,2 miliardi dell’anno precedente ed ai 6 miliardi del 2011. Il premier ha indicato che l’aumento al 26% comporterà un maggiore gettito di circa 2,6 miliardi di euro, valore allineato alle stime recentemente formulate dalla Cgil che indicava 2,5 miliardi con un’aliquota al 25%. L’intervento sulle rendite finanziarie era stato previsto anche dal governo Letta che non riuscì a far passare l’aumento al 22%. In poco più di due anni dunque la tassazione sui redditi da capitale è più che raddoppiata, ma nonostante un tale giro di vite un’aliquota al 26% è in linea con la media europea che si colloca al 25% anche se in diversi Paesi l’imposta ha un carattere progressivo. Il picco, in Europa, è l’imposta francese che arriva a sfiorare il 35%. In Gran Bretagna l’imposta dal 2010 è stata aumentata dal 18 al 28% ma resta al 18% per coloro che dichiarano redditi non superiori alle 35 mila sterline. L’anno scorso anche la Spagna ha rivisto l’imposta introducendo un sistema progressivo con aliquote tra il 21 e il 27%. Imposta unica in Germania pari al 25% ma con una maggiorazione sottoforma di contributo di solidarietà.