ROMA Il governo difende il decreto lavoro ma la Cgil e da ultimo la minoranza del Pd chiedono che il Parlamento possa apportare modifiche. Contro le norme che rendono più semplici i contratti a termine (senza causale per tre anni e senza obbligo di pause, con proroghe fino ad otto volte nei trentasei mesi) e apprendistato, la Cgil si è messa di traverso. «Non accettiamo diktat dalla Camusso», è stata però la replica del ministro dei Trasporti, Maurizio Lupi. Il ministro del Lavoro, Giuliano Poletti, risponde che il leader della Cgil «sbaglia». Mentre l'ex ministro del Lavoro e presidente dei senatori Ncd, Maurizio Sacconi, avverte che il dl non si tocca o «la maggioranza non regge». Sel boccia il provvedimento e in serata Cesare Damiano, ex ministro del Lavoro nel secondo governo Prodi ed esponente della minoranza del Pd, apre una spaccatura nel partito di maggioranza relativa e replica nettamente a Sacconi. «Il decreto che riguarda apprendistato e contratto a termine - dice il presidente della commissione Lavoro della Camera - dovrà essere convertito in sede parlamentare e potrà, quindi, essere modificato. La filosofia del prendere o lasciare non sta scritta da nessuna parte». In serata poi una crepa si crea anche nel sindacato con il leader della Cisl che rispondendo a Camusso afferma che sui contratti a termine «sbaglia a mettersi» contro mentre invece bisogna fare una battaglia «sì unitaria per abolire le false partite Iva, i co.co.pro e i co.co.co» che non hanno garanzie. Sul fronte sindacale contrario al dl si è detto anche il segretario della Fiom, Maurizio Landini, convinto che porterebbe solo maggiore precarietà. Camusso insiste però e chiede che ora sia il Parlamento a cambiare il primo decreto del Jobs act, che è «contraddittorio rispetto agli annunci» dello stesso premier, «che parlavano di tutela del lavoro e di fiducia per i giovani: invece - sostiene - si sta determinando un cumulo di situazioni precarie». Il ministro del Lavoro, Giuliano Poletti, assicura che le sue sono «preoccupazioni sbagliate», convinto che, dice in una intervista al Messaggero, «dopo che l'azienda ha investito per tempi lunghi su quel lavoratore è più facile che il rapporto si stabilizzi. Stiamo dando delle opportunità in più, sia ai lavoratori sia alle aziende». A lui, ex presidente di Legacoop, si rivolge, poi, Camusso con un invito: «Provi a vedere il decreto dalla parte del lavoratore per una volta e non da quella delle imprese».
Jobs act per il 70% dei neoassunti. La riforma riguarda contratti a termine e apprendisti. Flop della riforma Fornero
ROMA I lavoratori con contratto a termine e gli apprendisti sfiorano i 2,5 milioni. Le novità del Jobs act contenute nel dl, e quindi a giorni operative, coinvolgono una platea vasta, potenzialmente identificabile in sette assunzioni su dieci. «Le due misure riguardano quasi il 70% degli avviamenti al lavoro», ha detto nei giorni scorsi il ministro del Lavoro, Giuliano Poletti. Difficile fare stime sull'impatto che le misure del dl avranno, ma il ministro ha comunque parlato di «effetti significativi». Platea Jobs act. In particolare, i nuovi contratti a termine - con l'estensione a tre anni della possibilità di non inserire la causale e di prorogarli fino ad otto volte nei trentasei mesi - potranno toccare circa sei assunzioni su dieci, considerando la percentuale media dei contratti a tempo determinato che vengono attivati in un anno. Con l'apprendistato si sale a circa sette su dieci. I contratti a termine, come sottolineato da Poletti, «rappresentano il 57-58% degli avviamenti, l'apprendistato il 10%». I dati del 2013. Nel 2013 i contratti a tempo indeterminato sono stati il 16,4% del totale, quelli avviati a tempo determinato il 68% . In totale i rapporti di lavoro attivati (sommando contratti a tempo indeterminato, determinato, apprendistato, collaborazioni e altro) sono stati 9.613.990. Le attivazioni non indicano i lavoratori coinvolti, ma il numero dei rapporti di lavoro. Apprendistato e riforma Fornero. L'apprendistato, che nelle intenzioni della riforma Fornero è stato riformato con l'obiettivo che diventasse la principale porta di ingresso nel mercato del lavoro, non è invece decollato. Anzi, il suo utilizzo è calato, passando dal 2009 al 2013, dal 13% al 10%. Gli ultimi dati indicano che nel 2013 l'apprendistato si è fermato solo a 242.115, in calo rispetto ai 278.422 del 2012 (con la riforma Fornero entrata in vigore a luglio 2012); un calo ancora più ampio si evince dal confronto con l'andamento pre-Fornero: l'apprendistato era a quota 296.662 nel 2011 e sopra i 300mila (307.198) nel 2010. Oggi le nuove regole tagliano i vincoli: il ricorso alla forma scritta viene limitato al solo contratto e patto di prova (e non più anche per il relativo piano formativo individuale) e si elimina l'obbligo di stabilizzare almeno il 30% dei vecchi apprendisti, al termine del percorso formativo, per assumerne di nuovi.