PARIGI - Matteo Renzi arriva all'Eliseo e l'asse Parigi-Roma si abbraccia, e si bacia anche. Il premier italiano, schizza dall'auto blu sul sagrato del Palazzo e coglie di sorpresa François Hollande, con una vigorosa stretta di mano e affettuoso doppio bacio sulla guancia. Il saluto dice quello che si è detto spesso negli ultimi anni e che forse ha bisogno ora di più vigore, più slancio: che Francia e Italia lottano insieme per un'Europa che spinga non solo la stabilità, ma anche la crescita e l'occupazione.
Un'altra Europa, un'Europa nuova. Un'Europa «viva» dirà due ore e mezzo dopo Matteo Renzi nella conferenza stampa congiunta, dopo aver parlato e mangiato con Hollande. I due - nonostante i vent'anni e un certo stile che li separano - esibiscono l'inevitabile intesa. Il tu è immediato. Renzi è «Mateò», Hollande è «François». Il francese invidia la cravatta dell'italiano che risponde: «C'est de Gucci, un partenariato tra Firenze e la Francia importante per l'Italia». Certo non c'è più il francese impeccabile di Monti o quello bilingue di Letta, (a entrambi Hollande ha tenuto a «rendere omaggio») ma Renzi non sfigura con un francese cui riesce a conferire la solita verve fiorentina.
LACRIME E SANGUE
All'ordine del giorno: l'Europa, il prossimo semestre italiano, la necessità di mostrare alle rispettive opinioni pubbliche che Bruxelles non è solo lacrime e sangue e a Bruxelles (e a Berlino, dove Renzi domani incontra la Merkel) che le politiche di crescita e occupazione non mandano necessariamente in frantumi il patto di stabilità. Ancora più facile parlare a una sola voce sull'Ucraina, sullo «pseudo referendum» in Crimea che nessuno in Occidente riconosce, e anche sulla Tunisia, la Siria, il Mediterraneo e l'Africa.
Sull'Europa, Renzi sceglie Parigi per chiarire, o ripetere senza possibilità di fraintendimenti, che la svolta buona, le riforme annunciate, non comporteranno «nessuno sforamento del tetto del 3 per cento». «Nes-su-no» scandisce bene, a chi ha capito che le riforme potevano valere qualche sgarro all'ortodossia di bilancio. In compenso, aggiunge subito, «il margine tra il 2,6 e il 3 si potrà utilizzare». Se il «patto di stabilità» europeo non si tocca (Hollande lo ha già capito), Renzi approfitta dell'occasione per criticare «il patto di stabilità interno, italiano, che impedisce ai comuni di spendere risorse per le scuole. Lo cambieremo perché la stabilità delle aule è molto importante per gli italiani».
Su un patto Hollande non vede nessun problema, è il «patto di competitività» da lui immaginato per dare una svolta socialdemocratica alla Francia in crisi. Il presidente francese non esita a mettere sullo stesso piano le riforme annunciate da Renzi: «sono scelte simili, che prevedono diminuzione del costo del lavoro e in genere una modernizzazione del mondo del lavoro».
Sulla disoccupazione, Renzi non fatica ammettere che «noi siamo messi molto peggio, e il pacchetto di riforme dovrà vedere un passo significativo», in attesa del prossimo vertice di luglio a Roma.
Hollande e Renzi guardano entrambi - senza troppa tranquillità - alle prossime elezioni di maggio. «I partiti populisti antieuropei avranno successo se noi non saremo consapevoli che l'Europa deve essere rispettata ma anche cambiata - ha detto Renzi - Lavorare insieme per riportare i cittadini a credere nell'Europa. L'Europa non è il nostro nemico ma il nostro partner, l'Italia deve rispettare i propri vincoli, perché lo deve ai propri figli». Ma l'Europa ha bisogno di essere «viva», ha aggiunto Renzi: «rispettiamo tutti i limiti del trattati europei ma il primo rispetto che dobbiamo ai padri fondatori è fare dell'Europa un luogo di cittadini e di popoli e non solo della tecnocrazia».
Il rilancio del premier con la Merkel: più deficit solo per interventi strutturali. Si allontana l’idea di usare i 6,4 miliardi per tagliare l’Irpef. Domani la “correzione” all’esame di Berlino. «A Parigi ho trovato una sponda, con Francoisci capiamo. Sembrava volesse rubarmi le idee...»
Il presidente: «siamo entrambi socialisti, insieme dobbiamo frenare i populisti» e chiede i dettagli del piano di riforme
«Sono rimasto sorpreso», ha riferito ancora Renzi, «il presidente francese era informatissimo sul nostro piano di riforme, come se l’eco della mia conferenza stampa fosse arrivata fino a Parigi. Anzi, dico di più: Hollande ha mostrato una conoscenza capillare e mi ha chiesto ulteriori dettagli. Sembrava che mi volesse rubare qualche idea...».
LE DOMANDE DEL PRESIDENTE
Raccontano che nella mezz’ora di faccia a faccia - tutto in francese e senza l’aiuto dell’interprete - poi durante il pranzo e sorseggiando un caffé nei giardini dell’Eliseo, il Hollande ha voluto sapere «nel taglio» del cuneo fiscale, come procederà la riforma elettorale e quella istituzionale. Sgranocchiando gli spiedini di gamberi ha chiesto del jobs act e dei piani d’intervento per la scuola e la casa. Affrontando l’arrosto con verdure ha fatto scattare un’altra grandinata di domande: «Quali resistenze trovi? Quanto pensi di risparmiare? E la riforma della pubblica amministrazione? La digitalizzazione?». Infine, al dolce, Hollande «si è mostrato profondo conoscitore della politica italiana, da Alfano alla Lista Tsipras. Devo ammetterlo, a quel punto di mi è caduta la mandibola», ha raccontato divertito il premier italiano. Nessuna domanda sui numeri: la grandeur francese per una volta è stata messa da parte, tanto più che i dati di Parigi (4,2% deficit-Pil) questa volta sono peggiori di quelli di Roma (2,6%).
Consiglieri e collaboratori parlando di empatia e feeling. Di un leader socialista che «guarda con estremo interesse e curiosità» al giovane leader della sinistra italiana. «Un senior esperto che decide di prendere sotto la sua ala il giovane leader». Anche perché il destino e la scommessa sono simili: «Noi abbiamo la Le Pen, tu hai Grillo. Se non diamo una svolta all’Europa, come li arrestiamo questi populisti?», ha detto a un certo punto Hollande. Insomma, l’asse è nelle cose. Due leader socialisti alla vigilia delle elezioni che decidono di provare a cambiare verso l’Europa, per evitare di prendere una batosta. Ma non è un asse contro Berlino, «perché contro Berlino in Europa non si fa strada».
Però domani Renzi andrà a bussare proprio alla porta di Angela Merkel, cui regalerà la maglia del centravanti tedesco della Fiorentina Mario Gomez. E la strategia studiata da Hollande e Renzi è meno ardita di quanto si pensasse alla vigilia. E’ quella di chiedere di utilizzare parte del deficit per investimenti strutturali in favore di occupazione e istruzione. Un po’ l’idea cara a Mario Monti e a Enrico Letta, sull’uso della golden rule.
In particolare Renzi - allertato da Hollande sulle difficoltà della partita che giocherà a Berlino - sembra aver abdicato al progetto di utilizzare il margine tra il 2,6% e il 3% del rapporto deficit-Pil, pari a 6,4 miliardi, per finanziare il taglio del cuneo fiscale. «Per quello bastano i proventi della spending review, la riduzione dei tassi d’interesse e l’accordo fiscale sui capitali in Svizzera», sostiene il premier. «Tanto più che partendo da maggio, per quest’anno bastano 6,6 miliardi e non dieci». Attenzione: non sarà certo Frau Merkel a dover dare il via libera all’utilizzo del deficit per gli interventi strutturali. Ma Renzi a Berlino comincerà a istruire il dossier che poi, una volta che in autunno si sarà insediato il nuovo governo europeo, verrà discusso a Bruxelles e dai leader europei.
Renzi, accompagnato nella trasferta parigina dalla moglie Agnese e dal consigliere diplomatico Armando Varricchio, con Hollande ha di fatto lanciato l’«asse della flessibilità e della ragionevolezza». «Se non avremo un’Europa meno arcigna e più attenta alle questioni sociali», è la tesi concordata, «non avremo più l’Europa perché verrà spazzata via dai populisti». Ma né Renzi, né Hollande si sognano di proporre la violazione sistematica dei parametri.
La prova è arrivata in conferenza stampa, quando il premier italiano ha scandito: «Non ci sarà ne-ssu-no sforamento del 3%». L’idea è quella di ottenere l’agognata flessibilità, in cambio di «importanti piani di riforme strutturali».