L'intervento di Susanna Camusso al congresso della Cgil Roma e Lazio. "La soluzione sui contratti a termine non va bene. Perché il governo vuol dare alle imprese uno strumento che può essere interrotto e prorogato otto volte in tre anni?"
Lavoro, «misure del governo non all'altezza»
Il tema vero che è emerso dalle assemblee congressuali svolte dalla Cgil nei luoghi di lavoro è “uno straordinario messaggio di solitudine. Anche dentro una discussione assembleare, siamo di fronte a tante straordinarie solitudini”. Lo ha detto Susanna Camusso intervenendo al Congresso della Cgil di Roma e del Lazio. Per il segretario generale della confederazione, occorre fare uno “sforzo di ragionamento collettivo maggiore”. Ci sono “file di persone sole che si rivolgono ai nostri servizi per avere risposte ai loro problemi” e la Cgil deve ricostruire una “risposta collettiva a questi problemi”.
Camusso ha ricordato che quattro anni fa, nello scorso congresso, “eravamo già nella crisi, ma c’era l’idea che non c’era solo la crisi, c’era anche la reazione alla crisi. Oggi se dicessimo in un assemblea di lavoratori che la crisi rappresenta un’opportunità, ci guarderebbero come dei marziani”. Nel frattempo la dimensione internazionale, “nonostante i tanti messaggi”, non ha cambiato le sue regole. E anche in Italia sono “pochi quelli disposti a discutere dell’intervento pubblico” sull’economia e nel mondo del lavoro. Ma, prosegue il segretario Cgil, “il problema del lavoro si affronta decidendo che si crea lavoro”.
“Se il governo vuole fare tutte le cose che ha annunciato, dovrà allentare il patto di stabilità con i Comuni”. Ma le iniziative annunciate dall’esecutivo Renzi per far ripartire l’economia “non sono all’altezza”. A cominciare dal decreto sul lavoro, dove “la soluzione sui contratti a termine non va bene”, spiega Camusso, “perché il governo vuol dare alle imprese uno strumento che può essere interrotto e prorogato otto volte in tre anni? Che differenza c’è – si chiede Camusso - col lavoro a chiamata e in somministrazione? Ma perché un contratto a termine si può scindere, in tre anni, otto volte? Che investimento in qualità e lavoro c’è? La prospettiva è quella del lavoro purchessia?” Così, secondo il leader Cgil, il governo va “nella direzione opposta rispetto a quella che ha raccontato. Quello che scompare dall’orizzonte è l’idea che il lavoro sia una certezza”.
Dopo aver ricordato che “il nostro congresso sta discutendo con forza il Piano del Lavoro”, Camusso ha sottolineato che il “problema della rappresentanza si può affrontare in tanti modi”, ma che soprattutto il sindacato deve “ricalibrare tanta parte della discussione sul terreno della contrattazione. Noi abbiamo in questi anni perso potere contrattuale, da un lato perché c’è stata una scelta esplicita di esclusione della nostra organizzazione, a causa degli accordi separati”. Per questo occorre “rimettersi a fare contrattazione sui territori, con gli enti locali, tradurre il Piano del Lavoro in piattaforme” di rivendicazione e concertazione.
“Il nostro modello, dall’altro lato, non rappresenta l’insieme dei lavoratori, noi abbiamo una copertura da contratto nazionale che rappresenta la metà dei lavoratori. C’è una parte di mondo che se gli dici ‘contatto nazionale di lavoro’ ti risponde: ‘di cosa parli? Io non ho un contratto nazionale di riferimento’”. Da questo punto di vista, secondo Camusso, l’accordo sulla rappresentanza è un dato storico della nostra organizzazione che, “come ogni accordo significativo, innesca discussioni. Siamo, storicamente, un’organizzazione plurale. Però è molto importante come si discute. Dobbiamo smetterla di discutere con la categoria del tradimento”. Occorre invece discutere di “dove siamo e dove vogliamo andare”. “Dobbiamo avere la capacità di scommettere sulle Rsu, sul protagonismo dei lavoratori nei luoghi di lavoro. Una vera stagione in cui si riconsegni ai lavoratori la discussione sugli accordi può farci fare dei passi in avanti. Dobbiamo dirci che in sei anni di crisi abbiamo preso sonore sconfitte, e da lì ripartire”.
“Dobbiamo contrastare la rassegnazione – prosegue Camusso – e l’idea che in questo Paese non si possa fare quasi niente perché bisogna aspettare l’Europa. È vero che abbiamo margini ristrettissimi. Ma è indubbio che bisogna cambiare il fiscal compact. Il debito pubblico è un grande problema, ma qualche volta si interviene sul debito pubblico aumentandolo, invece che riducendolo. Così si crea povertà futura. Noi – conclude Camusso - siamo convinti si possono fare delle politiche. A partire dall’aumento della tassazione sulle rendite finanziarie”.