PESCARA. «Una situazione grave e immutata. La storia degli ultimi 15 anni della nostra Regione, ci dice che sia il numero degli infortuni che il numero dei morti, non è cambiato. Gli incidenti sul lavoro, desunti dai dati ufficiali, dall'inizio dell'anno sono stati oltre 2.500; i morti sei. Siamo nella media degli ultimi 15 anni. A fine anno così arriveremo a 30 mila, mentre i decessi saranno 40. Questo Primo maggio sarà dedicato ai morti e agli infortuni sul lavoro». E' l'amaro calcolo di Giampaolo Di Odoardo, responsabile del dipartimento prevenzione e infortuni della Cgil.
Di Odoardo come sindacalista Cgil da anni combatte la battaglia contro gli infortuni. Ma, lo ammette, è una lotta che da una parte costa un tributo di sangue e vite umane, dall'altra c'è la burocrazia, il silenzio, i mancati controlli.
E' tutto così negativo, cosa manca per una svolta?
«Tante cose, iniziamo dalla prima. I nuovi manager Asl, nominati dalla giunta regionale non hanno messo in piedi nessun progetto sulla sicurezza. In questi mesi si è parlato tantissimo di sanità, ma non si è spesa una sola parola sui dipartimenti prevenzione e infortuni delle Asl. Se non ci sono i controlli, noi possiamo scrivere mille leggi ma, siccome, la prevenzione costa ci saranno sempre imprenditori disonesti che ne approfitteranno».
Chi ne subisce i danni maggiori?
«Tra i lavoratori, soprattutto, i ragazzi. Con loro gli imprenditori onesti, che per fortuna esistono e ne sono anche tanti, che purtroppo vengono messi fuori mercato. La cosa più grave che anche le pubbliche amministrazioni, praticano il massimo ribasso».
Perchè tanti ragazzi coinvolti in incidenti?
«Il precariato è una delle cause. In tutti i luogi di lavoro, c'è un gergo e una gestualità del lavoro. Ma, chi viene sbattuto tre mesi da una parte, tre mesi in un'altra, senza corsi di formazione sulla sicurezza, questo gergo e questa gestualità non possono essere conosciuti».
I numeri ufficiali si discostano da quelli ufficiosi. Al sindacato cosa risultà?
«A nostro avviso gli incidenti sono molti di più. Alcuni sono mascherati da malattia, altri non vengono denunciati perchè il lavoratore è in nero. O, ancora, perchè il meccanismo premiale dell'Inail prevede che chi ha meno denunce di infortunio paga meno. Le imprese così nascondono l'accaduto».
Ci sono soluzioni?
«Le leggi ci sono ma alla politica poco interessa».
Allora, bisogna rassegnarsi?
«Per quanto riguarda noi come Cgil e come sindacato in generale, questo Primo maggio sarà dedicato ai morti e agli infortuni sul lavoro. Una emergenza nazionale che investe in modo particolare l'Abruzzo».
E poi? Dopo i comizi e le manifestazioni, cosa accadrà?
«Ci saranno altre lotte e lo sciopero. Noi siamo per le proposte e ne abbiamo avanzate tante, ma siamo anche per inasprire le forme di lotta».
Le istituzioni che devono fare?
«Mi chiedo come fanno a dormire sonni tranquilli i manager Asl e i politici, sapendo che domani, in qualche parte d'Abruzzo un lavoratore si farà male o rischia di morire, per quelle maledette 800-900 euro al mese».
C'è una speranza che qualche cosa cambierà?
«Una speranza c'è sempre. Ma dobbiamo riflettere su un fatto, il lavoratore ha una cultura del lavoro, ma nel momento che ha un impiego deve accontentarsi di quello che trova, perchè alla fine del mese arrivano le bollette da pagare. Ora, addirittura, la mattina c'è paura ad aprire la cassetta della posta».