Anticipata la proposta che il governo farà l'8 maggio. Tutti d'accordo sulla necessità di un meccanismo flessibile
ROMA. In pensione a 58 anni con 35 anni di contributi nel 2008. Questa potrebbe essere la soluzione del governo alla flessibilità sull'età di congedo chiesta dai sindacati e all'abolizione dello "scalone" imposto dalla riforma Maroni che avrebbe previsto dal prossimo anno l'aumento secco dell'età pensionabile a 60 anni con gli stessi 35 anni di contributi. Soluzione che Prodi intenderebbe mettere sul tavolo dell'incontro con i sindacati in programma per il 9 maggio.
La proposta prevederebbe la crescita dell'età pensionabile di un anno ogni diciotto mesi. A partire dal 1º luglio 2009 si andrebbe in pensione a 59 anni fino ad arrivare a 62 anni nel 2014. Su questo, l'età pensionabile, è probabile che l'assenso dei sindacati arriverà, visto che le organizzazioni dei lavoratori hanno da tempo chiesto che non ci siano sbarramenti e che ognuno vada in pensione in base alle proprie esigenze.
L'Italia, ha detto proprio ieri il premier Prodi, non è più un paese «ingabbiato» e in una società con diverse esigenze occorre «rendere possibile una grande varietà di soluzioni» sull'età pensionabile. All'interno della stessa maggioranza, c'è chi non vuole andare oltre la revisione dello scalone. Il ministro per la Solidarietà Sociale Paolo Ferrero, ad esempio, ricorda che altre misure «non corrispondono al programma con cui l'Unione si è presentata alle elezioni».
L'età flessibile è una richiesta non solo avanzata dai sindacati. Il ministro Linda Lanzillotta ha assentito: «Bisogna andare gradualmente a un meccanismo flessibile che sia più aderente alle esigenze delle singole persone». L'importante è frenare quella deriva che vorrebbe equiparare in breve tempo l'età pensionabile a 65 anni per le donne e gli uomini. Barbara Pollastrini, ministro dei diritti per le pari opportunità, ha spiegato che «bisogna tener conto della storia delle donne e del lavoro di cura che esse svolgono, oltre che della discontinuità del loro percorso lavorativo dovuto anche alla maternità. Un paese armonico è quello che lascia la libertà di scegliere».
Bisogna vedere che cosa il governo ci dirà su tutti i punti, commenta il segretario confederale Cgil Marigia Maulucci, assicurando che nessun documento scritto è arrivato ai sindacati. Stando quindi alle voci, il governo dovrebbe portare anche al tavolo delle trattative la revisione dei coefficienti a partire dal 2009, nella misura del 6 per cento, come aveva proposto il ministro Padoa Schioppa, suscitando un pesante malcontento dei sindacati. I coefficienti rimarrebbero bloccati per alcune categorie: i pensionati con redditi più bassi, le donne e chi ha maturato la pensione solo con i contributi (senza riscatto di contributi figurativi). I fondi per riformare gli ammortizzatori sociali, elevando l'indennità di disoccupazione ma collegandola alla accettazione di proposte di lavoro, si dovrebbero trovare dalla fusione degli enti previdenziali. La fusione non farebbe risparmiare lo Stato e renderebbe più farraginosa ancora la macchina del congedo, creando intoppi, protestano i dirigenti degli enti.
Intanto la valutazione del nucleo sulla spesa previdenziale sul bonus boccia il provvedimento. «L'introduzione del bonus finalizzato al posticipo volontario del pensionamento non ha prodotto effetti apprezzabili sulle leve del pensionamento, le quali, viceversa sono state certamente condizionate dall'elevazione dei requisiti minimi di accesso al pensionamento» dice la nota. Secondo l'osservatorio il bonus è stato usato da persone che avrebbero comunque optato per il posticipo di pensionamento.