ROMA Ufficialmente il governo non ha mai dato cifre, ma il piano voluto dal ministro Damiano per passare dallo "scalone" previsto dalla riforma Maroni-Tremonti a meno ostici "scalini" è praticamente pronto da tempo, e sarà presentato alle parti sociali mercoledì prossimo alla ripresa del confronto sullo Stato sociale. Dunque se alla fine lo schema sarà accettato, dal primo gennaio del 2008 chi ha 35 anni di contributi potrà andare in pensione con 58 anni di età (più qualche mese necessario per attendere la propria "finestra") invece che con 60 come previsto dalle regole attuali. L'obiettivo finale contenuto nella legge varata tre anni fa sarà comunque raggiunto, seppur in modo più graduale: con un incremento di un anno ogni 18 mesi, nel 2014 si arriverà ad una soglia minima di 62 anni.
Dunque non una sconfessione totale delle norme in vigore, ma un approccio più flessibile e graduale, in linea del resto con le parole pronunciate dal premier in tema di previdenza: «Bisogna rendere possibile una grande varietà di soluzioni» ha detto Prodi che nello specifico si riferiva all'uscita dal lavoro delle donne e al part time. Nella stessa occasione il presidente del Consiglio ha manifestato l'intenzione di impostare «una politica sistemica di aiuto alle famiglie». Anche in questo campo ci sono da tempo varie ipotesi allo studio: dall'aiuto fiscale ai redditi più bassi, all'estensione degli assegni familiari oltre il recinto del lavoro dipendente, allo stanziamento di maggiori fondi per gli asili nido.
Sullo specifico capitolo della previdenza però l'ipotesi dei 58 anni però non piace per nulla ad un altro membro del governo, il ministro Ferrero, che ha sollecitato una smentita alle anticipazioni rilanciate nel pomeriggio di ieri dall'agenzia di stampa Agi. Secondo il responsabile degli Affari sociali, nonché rappresentante di Rifondazione nell'esecutivo, questo progetto non corrisponderebbe al programma dell'Unione che prevede - a suo parere - il totale ripristino della situazione ante 2004, e quindi l'uscita con 57 anni di età e 35 di contributi.
Smentite però non ne sono arrivate, né dal ministero del Lavoro né da Palazzo Chigi. Né si sono levate voci di protesta dai sindacati, solitamente attenti a ogni stormir di fronda su questo argomento. Segno che il sistema degli scalini tutto sommato a loro potrebbe anche stare bene. Più marcate sono invece le distanze su un altro nodo della discussione, quello relativo ai coefficienti di trasformazione delle future pensioni previdenziali.
Si tratta di decidere se dare il via libera politico alle valutazioni già fatte dai tecnici sulla base dell'allungamento della vita media. Siccome questa è cresciuta negli ultimi dieci anni, in base alla legge Dini del 1995 dovrebbero essere resi meno favorevoli i parametri di calcolo delle pensioni definite con il metodo contributivo: il risultato sarebbe una riduzione degli assegni dal 6 all'8 per cento. Il governo vuole applicare questa procedura, che in base alla legge avrebbe dovuto scattare già nel 2005, prevedendo però un regime di esenzione per categorie più deboli come le donne o i giovani con pensioni potenzialmente molto basse. Inoltre l'adeguamento dei coefficienti potrebbe essere deciso ma slittare nel tempo, cosa che in realtà non cambierebbe molto la situazione visto che fino al 2015 circa saranno molto poche le persone interessate dal metodo contributivo. I sindacati chiedono invece all'esecutivo di soprassedere del tutto all'operazione.