ROMA «La querela? Magari così poi vediamo chi dice il falso». Non ha nessuna voglia di scusarsi, Matteo Renzi. Tantomeno di mollare la presa sulle burocrazie e sul quel Senato che rappresenta un po’ la frontiera della casta che non intende autoridursi i propri privilegi e che, manco a dirlo, affonda le sue radici anche nel Pd di cui Renzi è segretario.
RINVIO
A due settimane dal voto, il presidente del Consiglio è costretto a mordersi la lingua, a segnare il passo sulla riforma della pubblica amministrazione e su altro, ma non ha nessuna intenzione di fare retromarce nello scontro sulle coperture al taglio dell’Irpef. Soffre il fuoco amico, l’alleato centrista e quella parte del suo partito zavorrato dalle inchieste, ma con tutti rinvia i conti a dopo il voto sperando, ovviamente, di riuscire a confermare le percentuali degli ultimi sondaggi. «Mi basta prendere un voto in più del M5S», ripete in maniera scaramantica il premier in questi giorni ricordando subito dopo che il Pd di Bersani nel 2013 andò sotto il M5S. In attesa che anche il Senato, presieduto da un ex magistrato come Piero Grasso asciughi ancora le spese, Renzi fa sapere che a palazzo Chigi si va su un taglio del 30 per cento, mentre con il ministro Poletti prepara un pacchetto di norme con le quali sarà possibile sforbiciare i cosidetti ”diritti acquisiti” e le altissime pensioni dei dipendenti di Camera, Senato e palazzo Chigi cumulate prima del sistema contributivo. Una mannaia per la maggior parte dei dipendenti assunti prima del ’98 e che ora possono andare in pensione a 50 anni. D’altra parte l’impatto con la burocrazia dei palazzi romani - per un ormai ex amministratore locale - è stato fortissimo e non ancora assorbito.
TAGLIO
E’ per questo che, passato il passaggio elettorale, lo scontro è destinato a riaccendersi con forza perché - a giudizio del premier - la maggiore e più tenace resistenza alla riscrittura dei poteri e delle competenze di palazzo Madama non viene dai 315 senatori, ma da impiegati, funzionari e dirigenti che con i 140 mila euro annuo di reddito medio, guadagnano quattro volte i colleghi che lavorano in altre aree della pubblica amministrazione.
La campagna elettorale di Renzi è quindi destinata a continuare dopo il 25 maggio, se non a riaccendersi grazie anche al prevedibile successo che in Italia avrà il M5S e in Europa i partiti euroscettici. L’appuntamento a palazzo Madama Renzi lo ha fissato per il 10 giugno, giorno previsto per il varo delle riforme istituzionali. Subito dopo il varo dell’Italicum che, seppur corretto, dovrà essere licenziato entro il mese di luglio. Due passaggi che il presidente del Consiglio ritiene più importanti di qualunque altra riforma. Anche perché dovrebbero rappresentare il suo biglietto da visita a Bruxelles in vista del semestre europeo di quella Europa light che vuol cambiare cominciando dal lessico.
Meno di due settimane ancora per riprendere la corsa e lo spirito del rottamatore perché «la palude è sempre in agguato» e l’alternativa al cambiamento «sono solo le urne», continua a sostenere il premier che per non avvertire il peso della mancata investitura popolare, ha bisogno di correre senza infilarsi in continue mediazioni.