PESCARA Adesso che la lunga rincorsa è finita, all’improvviso è stanco, svuotato. Scende dalla 500 grigio ferro con il figlio e prova a recitare la parte del solito Luciano: «Chiedetemi di san Filippo Neri, ho passato la giornata sui suoi scritti». Ma la gente ha voglia di festa, non di misticismo, e allora lo reclama e lo assale, in una piazza Unione che i lavori in corso hanno trasformato in un percorso di guerra. «Ma quando hanno aperto quest’altro cantiere? Oggi?». La traversata della piazza beirutizzata fino alla sede elettorale è una processione laica, sembra Venerdì Santo, ma qui non c’è nessuno in gramaglie, solo questo D’Alfonso smarrito tra sorrisi e lacrime felici a lungo represse.
A lungo. 15 dicembre 2009: Gianni Chiodi diventa governatore e, nelle stesse ore, Luciano D’Alfonso, sindaco di Pescara, viene raggiunto da un provvedimento che ne impone l’arresto. Sono passati cinque anni e mezzo, la maggior parte di quegli anni D’Alfonso l’ha passata nei tribunali, a difendersi nei processi. Colleziona assoluzioni, poi decide che è tempo di tornare. Decisione non bene accolta da tutti, soprattutto all’interno del suo partito, il Pd. Ci sono processi d’appello in attesa, dicevano e dicono, meglio se ne stia buono. Lui è andato avanti e adesso, nella sera della vittoria ritrovata, non si nega un «mia mamma mi ha messo in guardia. Non farti nemici, mi ha detto. Io spero che l’invidia e le gelosie non mi creino danni ulteriori. Lavoriamo per il bene dell’Abruzzo, basta con le invidie, basta con le cattiverie». E il messaggio è solo apparentemente rivolto all’esterno della sua coalizione: anche, ma non solo.
La giornata l’ha trascorsa nella solitudine del convento di Leonessa, nel Reatino, rifugio già collaudato in altre occasioni. Con i frati. E con le opere di san Filippo Neri. C’è da crederci? «Credetemi. Le notizie le ho ricevute, con il contagocce, da mia moglie e dai miei figli, Luca e Francesco Cetteo, specie dal secondo che è l’unico in famiglia a sostenermi, felice di questa mia nuova avventura. Non so neanche quanti voti ho preso». Bah, non esageriamo.
Sballottato come la pallina di un flipper guadagna un microfono, nella sede ormai diventata sauna, e ringrazia Chiodi. «Mi ha cercato sul telefonino, e mi ha anche inviato un sms. Lo ringrazio, è un gesto di grande eleganza. Avrei gradito eleganza anche in campagna elettorale, invece dai miei avversari sono stato fatto oggetto di attacchi che potevano preludere a violenze. Non è successo nulla, ma non è stato piacevole». E Renzi, il lìder màximo assente in campagna elettorale, ha telefonato? Glissa. «Hanno chiamato in tanti, non ho ancora controllato il telefonino».
L’abbraccio di Marco Alessandrini lo scuote e gli restituisce l’abituale logorrea dei giorni buoni: «Adesso tutti in piazza Salotto a fare festa, grazie Pescara. Poi andrò all’Aquila, con Cialente e Lolli per ringraziare quella città che vogliamo ricostruire presto e bene. E da domani al lavoro, per l’Abruzzo, per i suoi cittadini, per la sua economia, per i suoi fiumi, il suo mare. Sapete quanti pensionati americani vogliono venire a godere delle nostre bellezze? Tantissimi. Ho un piano...». Va bene, va bene: abbiamo capito. La lunga rincorsa è finita. E’ tornato, D’Alfonso.