ROMA Sul fronte dei ricavi le utility italiane (+37,6% dal 2006 al 2012) corrono più dell’industria (+11,2%). Che rimane tuttavia più premiata dalla Borsa tra il 2003 e il 2013 (più 84,3% contro più 70%). Eppure, se si mettendo in fila i costi operativi delle 67 utility (controllate da 115 enti locali) fotografate da R&S di Mediobanca, si trova traccia del buco lasciato dai ricavi di mercato in particolare dai trasporti pubblici (i trasferimenti pubblici nel 2012 ammontano a 3,2 miliardi) e dai servizi ambientali (i rimanenti 1,5 miliardi relativi al settore). Del resto, nel caso del trasporto pubblico locale, solo un terzo dei costi è finanziato dalla vendita di biglietti. In casi come Cotral e altre non raggiungono il 20%, mentre tra le virtuose c’è la milanese Atm (52%).
Si intuisce subito dai numeri, dunque, che stiamo parlando di un settore molto disomogeneo sia a livello geografico sia per le attività svolte. Anche perché energia, autostrade e aeroporti sono presenti soprattutto al Nord, che hanno registrato utili accumulati rispettivamente per 4,14 miliardi, 397 e 331 milioni di euro. Sulle utility del Centro hanno pesato invece i conti di Atac, Ama, e Cotral (l'unica con un capitale netto negativo). Per il Sud, invece, pesa l'assenza di attività ad elevata redditività. Spicca tra i settori la gestione delle acque che, pur con un utile cumulato ridotto a 230 milioni tra il 2006 ed il 2012, ha evidenziato dal 2009 un rapporto tra utile e fatturato migliore dell’energia. Le maggiori perdite accumulate tra 2006 e 2012 riguardano: Atac (-1.012 milioni), Asam (-312 milioni), Ama (-290 milioni), CTP (-210 milioni) e Cotral (-168 milioni). Mentre il record di utili spetta ad A2A (1.131 milioni), Acea (701 milioni) ed Hera (693 milioni). Riguarda tutto il settore, invece, il peggioramento del rapporto tra debiti e mezzi propri (dall’84% del 2006 al 130% del 2012). Frutto delle fusioni ma anche dei tagli ai trasferimenti pubblici.